Ciao a tutti i southern friends. Ho avuto un periodaccio di lavoro, ma sono vivo e vegeto. E ho tirato fuori una serie di vecchi dischi da ascoltare e da ri-recensire: giuro che lo faccio in the very next days.
Ma ora più di tutto c’è da prepararsi ai Muli in concerto a Milano. E’ la grande serata southern di fine anno. Chi ci viene? Lasciate un post e dite chi sarà presente a sentire Warren Haynes. Per il resto io ci vado e vi faccio un report. Have a nice week
Oggi parliamo del disco perfetto di una grandissima band sudista. Ho scoperto i Widespread Panic tra il ‘93 e il ‘94. Sono così preciso perché in quel periodo negli States era nata l’esperienza di HORDE, un festival itinerante sullo stile del Lollapalooza, ma decisamente diverso nei suoi ingredienti musicali. HORDE stava per Horizon Of Rock Developing Everywhere e nel cartellone ci figuravano PHISH, SPIN DOCTOR, BLUES TRAVELER, BRUCE HAMPTON AND AQUARIUM RESQUE UNIT, DAVE MATTHEWS BAND e WIDESPREAD PANIC (appunto). Me ne sono occupato per la prima volta scrivendoci un pezzo per Panorama dopo averne seguito le gesta sul Rolling stone e scoprendo così una generazione di band che puntava tutto sull’improvvisazione (è qui che è nato il fenomeno delle jamming band) abbeverandosi alle tradizioni di Grateful Dead e Allman brothers. Più o meno in quelle settimane usciva Ain’t life grand, quarto prodotto dei Widespread panic, sestetto di Athens, Georgia. Un capolavoro.
L’ho ritirato fuori in queste settimane e mi accompagna spesso durante la giornata e devo dire che anche circa quindici anni dopo confermo il giudizio: un capolavoro. La band – che allora vedeva alla lead guitar Michael Houser, scomparso nel 2002 per un male incurabile – era un perfetto compendio di southern rock nell’accezione allmaniana: ballate acustiche e cavalcate rock per chitarre e pianoforte, pennellate di intimismo e folleggiamenti jam-jazz-rock. Il pezzo che da titolo al disco, Ain’t life grand, è uno dei loro titoli eterni, ma nell’album ci sono anche Blackout blues, Heroes, Junior…. brani di minutaggio medio 5′, che anticipano la voglia di estendersi dal vivo. Già allora era stata una piacevole sorpresa, per un “sudista” italiano che si chiedeva dove fosse finita la migliore ispirazione southern degli anni precedenti.
Ripeto e mi ripeto: anche oggi, ascoltandolo, è un disco strepitoso, affascinante, con grandi pezzi e voglia di affascinare l’ascoltatore. Come dicevo Houser (che in quegli anni il Rolling stone aveva paragonato – esageratamente – a Mike Bloomfield – è scomparso. Il suo posto da due anni è stato preso da un altro gigante, Jimmy Herring. Per il resto la band è la stessa dal 1986 con John Bell alla voce e chitarre, John Hermann (strepitoso) al piano, Todd Nance on drums, Domingo Ortiz alle percussioni e David Schools al basso. Cercate questo disco con tranquillità. Al limite aggiungetevi un paio di live, Light fuse, get away (1998) e Lyve at Myrtle beach (2002). Tutti prodotti con interminabili improvvisazioni. E poi vivete rilassati e contenti.
Certo che se uno cerca degli argomenti “non politicamente corretti” deve andarli a cercare nel Sud degli States, dove il “southern rock” continua imperterrito a dire la sua. Pochi giorni fa è uscito in tutto il mondo God and guns, ultimo titolo dei Lynyrd Skynyrd (ne parleremo diffusamente ancora). Oggi gli Skynyrd sono forse l’ombra della band che nei decenni scorsi rivaleggiava in fama con i Rolling Stones nelle classifiche americane, ma il loro seguito è fortunatamente monolitico ed entusiasta.
In questo loro ultimo Cd, che suona egregio anche senza esaltare (gli darò 3 Dixie Flag), c’è però una ballata-rock che mostra ancora una volta come al Sud si viva una vita diversa da quella di New York o Los Angeles ed è Simple life. “Hey, quando è l’ultima volta che ti sei seduto e hai cenato con i tuoi figli, parlando con loro della vita?”. Padri, figli, via quotidiana, nel classico southern style: “Hey, quando è l’ultima volta in cui ti sei fermato e hai aiutato qualcuno? Scommetto che non te lo ricordi”. Il video che sostiene la canzone è il classico frame di americanismo fraterno, con i pompieri che sorridono, i bambini e la gente che si da una mano, risposta sudista alle immagini tutte metropolitane e alienate delle metal-band. Le immagini suggeriscono, spingono sul positivo, ma è il testo che butta lì qualche sferzata non omologata: “Bene, tanta gente sta dicendo ‘stiamo cambiando in meglio’, bene, questo non mi interessa, perché a me piace la vita semplice, la vita come era prima, quando lasciavamo le porte aperte, non avevamo bisogno di chiavi. Ho girato tutto il mondo, ho visto tutto quello che c’è da vedere; ma cambierei tutti quei ricordi per tornare un solo giorno a come era prima”.
Non è un tema nuovo per la cultura southern. Già i LS degli anni d’oro hanno inciso in uno Simple man il profilo di uomo del Sud, un uomo “che tu possa amare e capire”. Regole chiare, rapporti franchi con le persone, valori certi, Dio sopra tutti e uomini che si guardano da uomini. Oggi è tutto diverso, dicono i nostri, che in un’altra canzone di questo disco, That ain’t my America, cantano: “Questa non è la mia America… Ora che i bambini non posono più pregare a scuola”. Sono trascorsi tre decenni dagli anni d’oro. Forse non hanno fatto molti passi avanti dai tempi in cui cantavano “Sweet Home Alabama/ Where the skies are so blue/Sweet Home Alabama/Lord, I’m coming home to you”. Forse occorrerebbe darsi una mossa, guardare in faccia al presente e rispondere diversamente a ciò che accade, eppure un fondo di umanità si respira nelle loro canzoni. Saranno vecchi e ingrigiti, con i tatuaggi che s’aggrinziscono sulla pelle da sessantenni, eppure c’è del senso semplice della vita, in queste loro canzoni. Demodé, forse, ma con quel briciolo di cuore che non guasta mai.
Carissimi tutti.
L’insieme di post recentemente pubblicati a margine del sondaggio sul miglior Live della musica che amiamo di più, pone una bella domanda. Questione che più o meno suona così: “Si può vivere senza southern rock?” Uno si sveglia alla mattina, dice una preghiera (“and remember there’s Someone, above….”, diceva Ronnie…..), accende l’auto, va al lavoro (racconto una cosetta che ho fatto proprio stamane) e mette nell’autoradio il Cd di Ain’t life grand dei Widespread panic (ne parlo, lo giuro, ne parlo uno di questi giorni). Insomma la giornata parte meglio.
Mi ricordo la prima volta che ho ascoltato Midnight rider, della ABB. Era un pomeriggio ed ero in cantina della mia casa di Lodi. Avevo…. direi 14 anni e quindi credo che la trasmissione fosse Per voi giovani. Sto parlando del 1973, al massimo 1974. Una illuminazione: voci, chitarre, atmosfera. Più intenso e memorabile di quell’istante musicale per me c’è stata solo la prima volta che ho ascoltato Piece of my heart di Janis Joplin. Il resto è venuto tutto dopo, Lynyrd Skynyrd, Marshall, Outlaws (l’ho preso usato da un amico che l’aveva comprato e non gli era piaciuto…..), Little feat, Molly Hatchet. Ricordo ancora quando una sera (sempre a Lodi, ma avevo già cambiato casa) alla radio hanno passato Angel della Atlanta Rhyhtm section, versione live da brividi di un grandissimo pezzo.
Insomma: sono cresciuto così. Non particolarmente interessato a Beatles e Stones, più appassionato degli Who; tra Deep Purple e Zeppelin preferivo questi ultimi. Adoravo Dylan e Crosby,Stills, Nash & Young, scoprivo Van Morrison e i Cream. Poi ho sempre avuto un feeling molto emozionale con la musica, quindi mi piacevano anche gli Yes, Marley (c’ero a San Siro nell’80, entrato gratis come tanti scavalando i cancelli), Lou Reed (visto all’Arena di Milano nell’80, anno dei campionati europei di calcio). Nel 79 sono andato a Casalmaggiore a vedermi Woodstock in Europe, con Joe Cocker, Alvin Lee, Arlo Guthrie e Country Joe, eccetera…. Ma prima c’era stato il Parco lambro, gli Area, la Premiata Forneria Marconi, Claudio Rocchi. Più tardi Stevie Ray Vaughan è stato un arcobaleno: suo concerto a Lignano Sabbiadoro, 3 ore di eternità!
Insomma: si cresceva così. Alla televisione il rock era assente fino alla fine degli anni ‘70. Prima mi ricordo che si guardava la TvSvizzera Italiana, dove facevano vedere dei concerti americani (ho visto – e me lo ricordo ancora – un enorme show live dei Doobie Brothers dei tempi belli, quelli di Long train running in versione vero-rock). Insomma: si cresceva così! Non tutti, certo, ma in tanti. Poi ho avuto la fortuna di scrivere di rock per lavoro. Ho seguito tante cose. Mi sono dedicato al southern in modo “centellinato”. Però mi sono tolto lo sfizio di essere andato – primo italiano – alla Big House a Macon, nella casa-museo dove l’Allman brothers ha vissuto i suoi tre anni d’oro (prima o poi digitalizzo le diapositive e le metto on-line).
Oggi è diverso. Io ho tre figli bellissimi. Si divertono a prendermi in giro per la mia passione sudista. Però un po’ gli piace: Sweet home Alabama e Soulshine, Simple man e Seven turns, Dixie Chicken e Freebird sono in cima anche alle loro “classifiche”. Per il resto il mondo va dove ognuno di noi lo portiamo. Sono convinto che la dixie music sia un modo molto umano e vero di raccontare le cose, le vite e il mondo. Se qualcuno preferisce il racconto delle cose e il divertimento che portano in giro Rihanna o Marco Carta, prego si accomodi. Noi, intanto, diffondiamo qualcosa di meglio. Di sicuro qualcuno ascolterà…. God bless you all.
Walter-AKA-Southland
Come promesso, ecco il sondaggio sugli album live. Nel post precedente c’è un po’ di spiega. Partecipate numerosi e lasciate commenti. Mi sa che dovrò aggiungere qualcosa, magari aggiungo un post sulla “seconda generazione………”.
Eccoci a un nuovo sondaggio.
Prima di farvi votare vorrei “visualizzare” ciò di cui si tratta, così ognuno ha davanti i Cd da votare. Ho scelto (opinabile) di inserire solo un disco live per band (altrimenti non era più finita…..):
MARSHALL TUCKER BAND, WHERE WE ALL BELONG
So che per metà contiene registrazioni di studio, ma non importa: quel che qui si ascolta live è eterno. Ramblin on my mind fa resuscitare i morti.
WET WILLIE, LEFT COAST LIVE
Semplice, efficace, trascinante: il sound on stage del Willie mi è sempre piaciuto. E’ la parte Soul del mondo dixie al suo massimo: Lucy was in trouble e Keep on smilin’ su tutte.
THE OUTLAWS, BRING IT BACK ALIVE
Che disco indimenticabile, che suono, che chitarre, quelle del Florida Guitar Army. Hughie e Billy per sempre, con Green grass and high tide e Freeborn man senza rivali.
LYNYRD SKYNYRD, ONE MORE FROM THE ROAD
C’è qualcosa da aggiungere ancora su questo album?
ZZTOP, FANDANGO
Erano giovani, avevano barbe “ragionevoli”. E suonavano Blue Jeans Blues…
ALLMAN BROTHERS BAND, LIVE AT FILLMORE EAST
Qualcuno l’ha sentito……….?
LITTLE FEAT, WAITING FOR COLUMBUS
Registrato quando Lowell George era al top: Willin’ e Dixie Chicken forever…
MOLLY HATCHET, DOUBLE TROUBLE LIVE
Danny Joe e compagni al meglio della forma. Boogie no more, Fall of the pacemeaker e Flirtin withdisaster da antologia…
ATLANTA RHYTHM SECTION, ARE YOU READY
Chissenefrega se è la strada più pop al southern rock? In questo disco poderoso ci stanno Angel, So into you e Champagne jam, oltre a tutto il resto. Da goderselo sempre….
Ce ne sono mille altri: GRINDERSWITCH, BLACKFOOT, POINT BLANK, NORTH MISSISSIPPI, BLACK CROWES, COWBOY; vediamo come fare….
Finalmente una buona notizia: Warren Haynes riporta il MULO in Italia! Il luogo è l’Alcatraz e la data è quella del 12 novembre. In scena ci saranno Warren, Matt, il bassista Jorgen Carlsson e il tasterista Danny Louis, visto che ormai la band è stabilmente un quartetto (sarebbe satto bello vedere Chuck Leavell, comunque fa lo stesso….).
Il ritorno dei Gov’t Mule fa parte del tour di lancio dell’atteso ritorno discografico, visto che il nuovo By a thread è previsto nei negozi dal 27 ottobre. Inutile dire che ci vediamo lì. visto che a giugno c’eravamo per i Lynyrd, direi che si può chiudere in bellezza l’annata. Inutile dire che attendo in gloria l’attacco pianistico (forse….) di Soulshine e non mi spiacerebbe risentire da loro Almost cut my hair e Lively up yourself.
Forse però devo ricordare che nei prossimi tempi ci sono altre due cose da non perdere: STEVE EARLE e JOE BONAMASSA…….
Da qualche estate è uno dei più gettonati dalla famiglia, cioè dai miei figli, oltre che da me. Sto palrando di SKYNYRD FRYNDS, enorme tributo ai ragazzi di Jacksonville aparte di un bel nucleo di rocckettari. Difficile dire cosa “non funzioni” in un disco (per altro prodotto da Gary Rossington) nel quale Sweet home Alabama è interpretata dagli Alabama, Simple man è nelle mani dei Confederate Railroad e Tuesday’s gone interpretata da Hank Williams Junior. A differenza del cd interpretato dalle jamband, Under the influence, dove troppi sono gli “alti e bassi” (su tutti c’erano i Blues Travaler e Drive by truckers con John Hiatt), qui il livello è sempre altissimo, sia che ci sia di mezzo il rockabilly dei Mavericks (Call me the breeze), che il southern’country di Charlie Daniels (One more time). Mostruoso il finale, con Wynona che interpreta una Freebird da brividi, con le due chitarre di Dan Huff e Stuart Smith che fanno cose da pazzi: se qualcuno vuole sentire ’sta versione vada qui:http://www.youtube.com/watch?v=n7QKlIQ7nMU . Disco imperdibile.
Un paio di mesi fa mi hanno inviato dalla Florida qusto bel Cd, ALL POINTS IN BETWEEN, dei REBEL PRIDE. Band tutt’altro che di sbarbati, in circolazione da una decina d’anni, con due grandi chitarre – Brian Jeffries e Dwayne Shores – una voce che ogni tanto aggiunge chitarra al sound già poderoso – Dave Stevenson – un bassista – Pat Buffo – e un batterista – Sonny Harlan. Il sound è molto MollyHatchet oriented, come dimostra la notevole My kind ofgirl. Tanti richiami a Lynyrd e Outlaws, tanto per ricordare che non c’è nulla da inventare di nuovo (Girls wanna dance, Cocaine gun). Le due chitarre sono poderose e veloci e hanno una simpatica differenza: uno suona Fender, l’altro Les Paul e le differenze si sentono, rendendo il tutto piuttosto firzzante e i suoni personali e caratteristici. I pezzi sono per lo più firmati dalla coppia Buffo-Jeffries, gente che la sa lunga sul southern e sui suoi trucchi. Disco da cercare, senza svenarsi, ma che fa bella figura in una discografia dixie.
Ciao gente. Non sono morto: vi ho lasciato i sondaggi e poi ho fatto un po’ di vacanze. Tra l’altro ho presentato il mio libro sulla canzone italiana (guardate qui: http://www.risonanza.net/?p=171): un bel successone. L’estate è andata via tra mare, montagna, Irlanda e tanta musica. Cosa ho sentito? Ecco un po’ di dischi in recensione, con la scusa di quel che ho messo nel lettore Cd.
Ho tirato fuori dopo tanto tempo LOVE SONGS FOR THE HEARING IMPAIRED del georgiano Dan BAIRD, già spina dorsale dei Georgia Satellites. E’ un disco fantsatico, ricchissimo, che procede senza soste. L’inizio è stupendo: The one I am, Julie and Lucky, I love you period e Look at what you started è l’esempio di come si dovrebbe attaccare un disco. Chitarre tirate, tutte le canzoni in “maggiore”, nessuna sosta tra un pezzo e l’altro… Poi si placa fino ad un arrivo prettamente dixie (Lost highway e Dixie Beauxderannt). Grande disco, anche a distanza di anni. Disco da birra, da bevute, da notte chiassosa.
DAN BAIRD LOVE SONGS FOR THE HEARING IMPAIRED
DEF AMERICAN
My Opinion:
Ebbene si, ritornano!
I Lynyrd Skynyrd hanno annunciato le date del loro European Tour 2009 (tutto si trova sul loro sito www.lynyrdskynyrd.com. E per fortuna tra le date c’è pure l’Italia, val a dire il Palasharp di Milano nella sera del 3 giugno. La notizia è stata pubblicata sul sito della band il 24 novembre.
Le date ufficiali sono le seguenti: May 20 – Kuopio Arena in Kupio, Finland
May 21 – Ice Hall in Helsinki, Finland
May 23 – Spektrum in Oslo, Norway
May 25 – Palladium in Cologne, Germany
May 27 – Auditorium in Glasgow, UK
May 28 – NIA Academy in Birmingham, UK
May 30 – Apollo in Manchester, UK
May 31 – Brixton Academy in London, UK
June 2 – Freilichtbuhne Killisberg in Stuttgart, Germany
June 3 – Palasharp in Milan, Italy
June 4 – Sportzentrum Tagerhard in Wettingen, Switzerland
June 6 – Azkena Rock Festival in Vitoria–Gasteiz, Spain
ALl’epoca del tour europeo, con ogni probabilità la band avrà già prodotto il suo nuovo cd, destinato ad essere il ritorno dopo Vicious Cycle (2003).
E’ proprio vero che non ci si deve mai finire di stupire: anche Molly Hatchet ha deciso di venire a strimpellare da qui da noi. Due le date tricolori del tour europeo (ne avevamo già parlato: suonano in Europa per andare a registrare una serie di tracce ad Abbey Road nel gennaio 09; ma nel frattempo saranno ache andati alla Dixie Cruise dei Lynyrd Skynyrd). La prima il 5 dicembre al Fillmore di Piacenza, la seconda il 6 dicembre al Que Meo Meo di Bologna. Da ricordare che l’attuale lineup vede degli originali solo John Galvin e l’immenso Dave Hlubek (anche se purtroppo mi dicono che i guai fisici vissuti da Dave hanno lasciato pesanti segni).
Di fatto la band è guidata da Bobby Ingram(nella foto è il piccoletto capellone che c’è in centro), che sotto il regno di Danny Joe Brown (grandissimo, purtroppo se n’è andato pure lui….) al massimo faceva il chitarrista ritmico, ma che comunque ha scritto alcune belle cose (soprattutto The journey). Insieme a loro una serie di ottimi mestieranti per uno dei suoni più tosti del circuito southern. Ricordo – per chi non li conoscesse a memoria – che sono loro alcuni dei classici più classici del dixie sound: Flirtin with disaster, Boogie no more, Gator Country, Edge of sundown, Beatin the odds, Fall of the peacemakers, più la versione extended di Dreams degli Allman.
Per farsi un idea date un’occhiata a Fall of the peacemakers on stage:
Per chi non li focalizzasse: band dalla jammin session sempre pronta, duetti di chitarre assicurati, iconografia vichinga ovunque. Oggi sono un po’ buzzurri (e infatti hanno un seguito enorme in Germania), ma sono sempre tosti, come ha dimostrato il Flirtin with disaster live. Io ci sarò. E poi vi racconterò. Salud!!
Nebbia tremenda, serata gelida. Per fortuna i Molly Hatchet non ne hanno risentito e non hanno tradito le aspettative (mie e di Frank…; si sarebbe diverito pure Davide, a lui il merito del fatto che non me li sono persi) e hanno messo in scena un concerto degno del South. Sul palco dalle 23.15 all’1 (circa) Bobby Ingram e soci hanno portato gran parte dei pezzi per cui vale la pena amarli: Wiskey man, Gator country, Fall of the peacemaker, Dreams, Beatin the odds, Son of South, più – nel momento dei bis – Freebird e Flirtin with disaster. Volumi altissimi nel capannone bolognese targato Que Me Meo, perso nella zona industriale di Argelato, con oltre duecento persone per lo più avanti con gli anni (ma non troppo). La band è quella già conosciuta, con Bobby, John Galvin (un pezzo di storia, alle tastiere), Shawn Beamer (molto cinematografico, alla batteria), Tim Lindsey (al basso, ricorda un po’ Leon Wilkeson) e Phil McCormack (voce). Quest’ultimo è un personaggio da fumetto: voce potente e soprattutto una panza con 20-30 chili di troppo. Tanto per dire che Danny Joe Brown era assolutamente un’altra cosa.
La serata è notevole, di altissimo ritmo. D’altra parte c’è poco da dubitare con una band che mette in scena alcuni tra i classici sudisti di sempre e che amo dalla fine degli anni ‘70. Palco piccolo, con Ingram che regna sull’ala sinistra della scena, ma non è li che mi concentro….
Dave Hlubek
Il mio cuore, infatti, batte sul lato destro del palco, dove Dave Hlubek porta a spasso i suoi 120 chili. Diciamo subito che Dave è ancora quell’immenso chitarrista di un tempo (e con lui Duane Roland e Steve Holland), quando Ingram era solo un discreto comprimario: velocità, estro, tocco e varietà sono le stesse per il chitarrista che ha scritto gran aprte dei classici della band. Però…: sembra fuori dal luogo dove la band spinge il suo climax, che è tutto giocato nella friendship tra Ingram e McCormack. Spesso si vede Hlubel starsene un po’ in disparte in attesa del suo momento, fumarsi una sigaretta mentre fa il mestiere di ritmico, mentre Bobby si prende la scena e i riflettori, soprattutto nei dieci minuti di istrionismo solista che Ingram immancabilmente regala come intro a Why won’t you take me home. Anche Galvin lo vedo un po’ fuori dai giochi, protagonsita (questo si) nell’intro pianistica all’allmaniana Dreams, ma per il resto molto relegato al ruolo di tappeto di suoni.
Molly plays Freebird
Vabbé: i Molly Hatchet sono oggi una band a imamgine e somiglianza del suo leader, Bobby Ingram, e c’è poco da sindacare. D’altra parte Bobby ci da dentro con virtuosismo e allegria, e il finale – una Freebird iperveloce, in cui Ingram fa tutte le parti soliste e senza il classico duetto tra due chitarre – e Flirtin’ – in cui finalmente Bobby e Dave si riuniscono al centro della scena – è da mettere in archivio come un must per ogni sano rocker.
In ogni caso, grande serata. Meritava, per finire in gioria un anno in cui metto nella mia agenda pure i concerti (memorabili) di Derek Trucks e di sua immensità Dickey Betts.
Bella notizia? Brutta notizia? Io francamente sospendo il giudizio. Il promoter italiano ha confermato la data milanese del tour dei Lynyrd Skynyrd. Ovvio che da un certo punto di vista ne sono contento: ci porto anche qualche figlio, che non ne può più delle mie parole e vuole vedere “i fatti”, alias ascoltare dal vivo Sweet home, Freebird, Simple man eccetera. Da un altro punto di vista non so quanto ci sia di “saggio” in tutto ciò. Gary – ovviamente – non può smontare la macchina in corsa, senza contare che ormai anche Rickey e joung Van Zandt pesano parecchio nelle decisioni. In ogni caso se è confermato che gli Skynyrds arriveranno a suonare anche a Milano, sul palco vedremo un membro fondatore, uno dei primi musicisti della band (ricordare gli inizi di Rickey Medlocke) e stop. Dubbi su chi prenderà il posto di Billy (RIP) e di Ean (in malattia). Nostalgia in abbondanza per tutti quelli che non ci sono più (Ronnie, Allen, Steve, Leon, Billy….: a loro aggiungiamo pure Hughie che era la terza chitarra nel precedente concerto milanese). Preghiere per tutti….
In questi tempi di “lavoro matto e disperatissimo” (boh….) ci sono una montagna di dischi da sentire e da provare a recensire. Sono indietro del Live in Texas degli ZZTOP (non male, ma nulla di fantasmagorico) come pure di Almost free del mio pupillo Derek Trucks (grande) e anche dell’ultimo lavoro di Dan Toler (da sentire!!). Ma il mio lettore cd periodicamente si apre per accogliere l’ultimo (in ordine di tempo) disco del colonnello Bruce Hampton. Who the hell is this guy? 61 anni, georgiano di Atlanta, al secolo Gustav Berglund III, artista folle e un po’ “zappiano”, è un sudista sui generis. Collabora negli anni con una montagna di persone, tra cui Jimmy Herring e gli Aquarium rescue unit (Mirror of embarassment è un signor disco). Un anno fa ha dato alle stampe Give Thanks To Chank con la Quark alliance (le sue band hanno sempre un certo tipo di folle denominazione). Il disco è da ascoltare e riascoltare. Due le anime: il colonnello, molto southern-blues, e Jeff Caldwell (niente a che vedere con Toy), chitarrista eccelso, emerso dai college musicali californiani (e già uscito dalla band, sostituito nell’estate scorsa da Perry Osborne). Disco da ascoltare, dicevo, per le due anime. I pezzi di Bruce spingono sul lato bluesy della vita, sporcando le melodie di gutturalità divertita (Give thanks to Chank, Them Dickinson boys e Susan T, dedicata a Susan tedeschi, dopo che lei aveva dedicato al colonnello un suo brano), mentre quelli di Jeff alimentano il lato soul della vicenda, raggiungendo in un paio di occasioni una identificazione stupefacente con certe cose di Stevie Wonder (I’m not listening, All semplicity, It’s not over). C’è ritmo e feeling nella visione naive di Hampton, c’èscrittura pulita, grandi chitarre e tecnicismi nell’opera di Caldwell. Il disco si conclude con gli oltre 12 minuti di jam di Lanerville (live in studio) e con una Therenody dedicata alle vittime di Katrina: rumore, rumore, rumore. In memoria della grande distruzione. Non è southern rock allo stato puro, ma il sentimento dixie che ha Bruce Hampton ce l’hanno pochi in giro….
Col. Bruce Hampton & the quark alliance Give Thanks to Chank MRI
Ero indeciso. Non che ci abbia pensato poi su così tanto, ma ero indeciso ugualmente. Il 27 febbraio compio 50 anni. Sono nato nel 59, quindi facendo due conti, questo è il dato. Ho cominiato ad ascoltare musica a casa. Ai miei genitori piaceva la musica del loro tempo, Claudio Villa e Modugno. Mio papà che è stato tanto con gli americani durante e dopo la guerra, aveva anche un po’ di passione per lo swing, per qualcosa che sapeva di big band. Alla tivù davano Canzonissima e Studio Uno e c’era pure Gorni Kramer con la sua orchestra. Da qualche parte mi ricordo in sottofondo Fred Buscaglione, mentre quando andavo con mia madre all’ultimo piano del mio palazzo, in Viale Pavia a Lodi, c’era una sciùra che metteva sempre su i dischi di Claudio Villa, soprattutto Granada.
A un certo punto – imprecisato – mia sorella ha iniziato ad andare a lezione di pianoforte. Era brava. Ai saggi l’applaudivano tutti. Per me ascoltarla era un po’ bello e un po’ una noia. Faceva sempre esercizi. Ne faceva molti, ogni giorno. Io mi stancavo perché volevo guardare la tivù e se lei suonava non potevo. Più avanti, quando diventavo più grande, verso le medie, mia sorella ascoltava Beatles e Lucio Battisti. Siccome piacevano a lei a me, per contrasto, non piacevano. Attorno alla terza media un amico di mia sorella le prestò dei dischi: Procol Harum dal vivo (con dentro una fantastica Conquistador), qualcosa dei Beatles e Live Cream nr 1. Io mi innamorai del disco che a lei non piaceva: i Cream, Eric Clapton. E’ stato il mio primo incontro “cosciente” con il rock. Poi sono venute le superiori e lì è successo il casino. Avevo i capelli lunghissimi. Avevo l’eskimo, ma siccome tutti lo compravano verde, io me l’ero comprato marrone scuro. Ero l’unico così. Eravamo autenticamente proletari: compravamo i jeans rifle allo spaccio militare di Lodi: costavano pochissimo. Non mi andava mai di essere come tutti. Con un po’ di amici facciamo gruppo ascoltando solo e unicamente musica americana, in testa Dylan e Crosby, Stills, Nash & Young, poi l’avanzare di Led Zeppelin e Yes (ero diventato un fans di Steve Howe). Andavamo sulle rive dell’Adda in mezzo ai boschi, ragazzi e ragazze. Facevamo il bagno.
Il mio primo “evento rock” è stato un viaggio a Milano a vedere al cinema Picures at an exhibition di Emerson Lake and Palmer (solo molto più tardi ho sentito la versione “classica”). Poi la scoperta della Premiata forneria marconi e di Storia di un minuto. Una sera, durante il primo anno di superiori, la folgorazione: alla radio sento Piece of my heart e mi innamoro perdutamente di Janis Joplin: compro il doppio Janis che non mi lascerà mai. Sempre alla radio – erano i tempi di Supersonic e Per voi giovani – sento per la prima volta un nome: Allman brothers band. Stavano suonando Midnight rider, “i got one more, silver dollar….” e anche questo è un amore che non passerà mai. Più tardi sono arrivati gli altri, Colusseum, Eagles, Bob Marley, Grateful Dead. Mi appassiono alla musica anarchica di Claudio Rocchi (Volo magico nr.1, Il miele dei pianeti, Essenza), agli spiritualismi dei Popol Vuh, alla voce suprema di Van Morrison, all’eterna jam di Happy trails dei Quicksilver di Johnny Cipollina. Un mio amico indimenticabile, Mino, mi contagia con i Lynyrd Skynyrd, comincio ad amare anche i Pink Floyd, non stravedo per Hendrix, ma perdo la testa per la Marshall Tucker band di Toy Caldwell e mi chiedo perché sono nato in Lombardia invece che nel Sud degli States……
Se per caso a qualcuno interessassero i dischi che non potrei mai dimenticare, eccone alcuni:
Allman Brothers Band, Fillmore east
Allman Brothers Band, Seven Turns
Lynyrd Skynyrd, Two for the show
Lynyrd Skynyrd, Southern by the grace of God
Outlaws, Bringing all them alive
Molly Hatchet, Double Trouble Live
Allgood, Live
Traffic, John Barleycorn must die
Clapton, Just one night
Cream, Wheels of fire
Dylan & The Band, Before the flood
Dylan, Desire
Annie Lennox, Diva
Waterboys, Fisherman’s blues
Led Zeppelin, 1, 2, 3
Deep Purple, Made in Japan
Dylan, The freewheelin
Crosby, Stills, Nash & Young, 4 Way Streets
Marshall Tucker Band, Where we all belong
Stevie Ray Vaughan, Live Alive
Pink Floyd, Whish you were here
Colusseum, Live
Daniel Lanois, For the beauty of Wynona
The Highwaymen, The road goes on forever
ZZTOP, Fandango
Jefferson airplane, Volunteers
Jackson Browne, Running on empty
Eagles, Live
John Hiatt, Bring the family
Van Morrison, It’s too late to stop us now
David Crosby, It’s all coming back to me now
David Crosby, If I could only remember my name
Janis Joplin, Cheap thrills
Janis Joplin, Janis
Lyle Lovett, Joshua Judge Ruth
Quicksilver messenger service, Happy trails
Grateful Dead, Reckoning
The band, Music from big pink
Little Feat, Waiting for Columbus
Little Feat, Live from Neon Park
Paul Barrere & Fred Tuckett, Live from North Café
Ormai c’è l’ufficializzazione “discografica”: Loud & Proud/Roadrunner Records hanno confermato che Gary Rossington e soci sono in studio di registrazione a Nashville. E’ il primo disco dal 2003, anno di Vicious cycle. All’oggi non si conosce il nome di chi prenderà il posto di Billy Powell, ma sei delle tracce presenti nel nuovo cd sono state registrate conBilly al pianoforte. In compenso sono già certe le date del Rock and rebel tour che vedrà ancora gli Skynyrd on the road con il buzzurrone Kid Rock: esordio il 26 giugno a Palm Beach e volata fino al 2 agosto a New York. Altre date da fine agosto. Per chi volesse un po’ più di storia c’è il comunicato ufficiale: http://www.roadrunnerrecords.com/news/LYNYRD-SKYNYRD-SIGNS-TO-ROADRUNNERS-LOUD–PROUD-19916.aspx. Intanto attendiamoli in Italia……
Con il fastidioso ritardo di chi sembra negligente, arrivo dopo mesi a parlarvi del cd Live from Texas dei colossi texani ZZTOP. Che dire: è un disco da avere. O meglio: fatta eccezione per Fandango è così raro avere loro registrazioni live che è d’obbligo metter questo podotto nello scaffale. Dopodiché se dicessi che è un disco che mi entusiasmato direi una fregnaccia. Partiamo dalle cose obbligate. O meglio “dalla cosa obbligata” che per significa Blue jean blues. Qualsiasi disco che contenga una versione di questo pezzo è per me da possedere, un po’ come Freebird o Blue Sky o Cant’ you see o Sweet home (approposito: se stai leggendo partecipa al sondaggio sulla canzone dixie per eccellenza e dai il tuo voto……). Il blues più lento e psicointerpretato della storia, fa qui bello sfoggio, essenziale e senza troppi approfondimenti. Altri classici all’arco degli ZZTop sono Tush, La grange, Jesus just left Chicago (grandissima versione, forse il pezzo migliore) e Sharp dressed man, e tutti ci stanno bene in questo live registrato tutto dalle parti di casa.
Però…. io non mi entusiasmo. Sarà……
Billy Gibbons, Frank Beard e Dusty Hill non si risparmiano, anche perché stanno per ricordare i 40 anni di attività (pure loro hanno esordito nel 1969, dopo che Billy Gibbons aveva aperto una manciata di show texani di Jimi Hendrix), ma c’è sempre qualcosa che non mi fa scattare la passione. Questione di ormoni. Questione di pelle. In ogni caso sempre meglio ’sti vecchi barboni di tanti altri sfigati. Da ricordare che Billy Gibbons continua ad essere chiamato “reverendo” e continua (quando può) a celebrare matrimoni tra Dallas e Austin. Amen.
ZZTOP
LIVE FROM TEXAS
(EAGLE RECORD) My opinion: 1/2
Era il 23 marzo del 1969. Sono passati 40 anni. A Jacksonville, in Florida, un gruppo di giovani musicisti di varia provenienza si danno appuntamento nel garage di Berry Oakley, un bassista di ventunanni che già suona in una rock’n’roll band, i Second coming. È una domenica pomeriggio. Ci sono due batteristi, il bianco Butch Trucks (classe 1947) e il nero Jay “Jaimoe” Johannson (1944). C’è il bassista Berry e c’è il più promettente giovane chitarrista degli States, il ventitreenne Duane Allman e con lui anche Dickey Betts (classe 1943), chitarrista votato al country e al jazz. C’è pure – ma di passaggio, per un paio di pezzi – un tastierista, Reese Wynans, che poi farà fortuna suonando con Stevie Ray Vaughan, ma questa è un’altra storia. Per la prima volta una band prova a suonare con due batteristi. È una jam tra amici, ma le improvvisazioni si succedono: Hey Joe, Backdoor man, Hoochie Coochie man. Suonano per oltre tre ore senza mai fermarsi. Alla fine gli strumenti tacciono. I presenti sanno che non è una “prova qualsiasi”, ma la nascita di una band. Duane dirà: «Eravamo tutti senza parole. Sapevamo che era accaduto qualcosa di magico. Nessuno di noi aveva mai suonato o sentito suonare in quel modo prima di allora».
Duane va verso il portone del garage bloccandolo. «Okay – disse – se qualcuno qui dentro pensa di non suonare nella mia band, dovrà battersi con me per andarsene». Nessuno si muove. La mattina di lunedì 24 marzo Duane prende il telefono. Suo fratello minore Gregg vive e lavora in California, a Los Angeles. Duane racconta al fratellino della jam nel garage di Berry e delle emozioni di tutti. Gregg lascia perdere la California e prende un volo per Atlanta. Arriva a Jacksonville il 25 marzo. Entrando nella casa di Berry Oakley sente la nascente band suonare Trouble no more di Muddy Waters. Duane gli aveva già preparato un organo Hammond. Iniziano a suonare. Non si sono più fermati…
La Allman Brothers Band, una delle più longeve rock band della storia, nasce così il 26 marzo del 1969. Tre giorni dopo, al Jacksonville Beach Coliseum, suonano il loro primo concerto. Due settimane più tardi vengono messi sono contratto da uno dei più importanti manager d‘America, Phil Walden e in aprile lasciano la Florida per stabilire il loro quartier generale a Macon, a due passi da Atlanta, Georgia. Qui nella Big House – dove sono stato nel 1995, probabilmente “come primo italiano” della storia, casa-museo con dischi d’oro e di platino sulle pareti – nasce la leggenda del southern rock, il genere musicale che più è riuscito a miscelare gli infiniti stili e le misteriose suggestioni della musica americana, contaminando il rock con il folk, il jazz, il blues, il country e schiacciando sull’acceleratore della massima improvvisazione.
La band incide due dischi impedibili, “The Allman Brothers Band” e “Idlewild South“, suona circa 250 concerti in due anni, diventa uno dei fenomeni esplosivi del rock nordamericano pubblicando quello che viene considerato forse il più bel disco live della storia, “Liveat Fillmore East“, indimenticabile, eterno, con Stateboro blues, Whipping post e con gli oltre diciannove minuti di You don’t love me, capostipite di utte le jamming session della storia.
Poi iniziano i guai: Duane Allman muore nell’ottobre 1971 per un incidente di moto, seguito l’anno dopo da Berry Oakley, in un altro incidente motociclistico. Tragedia. Ma la band non si ferma, prosegue, tra alti e bassi, tra problemi di droga e litigi, infila dischi mediocri a capolavori assoluti (“Brothers andSisters“, “Seven Turns“), e si costruisce una fama di jam band seminale, fulcro e capostipite di decine di nuove band americane.
Quarant’anni dopo, tra mille cambi di formazione, la band è ancora guidata da Gregg Allman, voce indimenticabile e tocco prezioso sulle tastiere; con lui c’è ancora la coppia originale di batteristi, mentre alle chitarre si esibiscono Warren Haynes e il “ragazzino prodigio” Derek Trucks, nipote di Butch. In questi giorni, come accade da quasi vent’anni, la Allman brothers band sta suonando al Beacon Theatre di New York. È lì che festeggia il suo compleanno. La sera del 19 marzo, in concerto, sono stati raggiunti da Eric Clapton e insieme hanno suonato Layla, la canzone che aveva inciso con Duane Allman tra il 26 e il 27 agosto del 1970, quando il “mitico” Clapton aveva raggiunto il Sud degli States per suonare con quel ragazzino di 24 anni che sarebbe diventato una delle più amate personalità del rock. La Allman Brothers Band è ancora lì che suona, anche se lui, brother Duane, non c’è più da tanto. Era e rimane (per me) la più grande band di tutti i tempi.
150 minuti di musica da ascoltare, più un’altra ora e mezza di musica (e interviste eccetera) da vedere: questo è il “documento” di dodici anni di vita e stage dei NMA. Inutile dire che è un prodotto che non si può perdere. Lo dico arrivando per ultimo: lo ascolto da un paio di mesi, non l’ho detto prima perché ero indaffarato eccetera. Parlo solo dei 2 cd in cui ci sono ventisette pezzi (27, 2 decin e 7 unità) e che occupano l’inieme dell’attività del trio, dagli esordi a Hernando (e infatti c’è una strepitosa versione di I’d Love to be a Hippy). Chitarre, ritmi, jamming, atmosfere sudiste, slides e tutto quello che può confermare che i NMA sono una delle realtà più succulente tra quelle emerse nel South. Non ci si confonda con il live del Bonnaroo Fest (da cui per altro c’è il medley Po Black Maddie-Skinny Woman): in questa retropettiva antologica live dei fratelli Dickinson e di mister Chew c’è un po’ di tutto, tra cui alcuni monumentali momenti medley-jam (JR-Stay all night-Lord Have Mercy-Stay, Horseshoe), i classici (una Goin’ down South molto acida, con un funambolico Luther, Be so glad), le citazioni (Hear my train a’comin’, Got my mojo workin). C’è pure un prezioso cameo acustico, Goin’ Home ML. Voto altissimo per gente che è cresciuta a dismisura, che suona in modo impeccabile, con un chitarrista di difficile confronto….
North Mississippi Allstar
DO IT LIKE WE USED TO DO
(Songs of the South)
Tra 2 giorni parte il tour estivo dei Lynyrd Skynyrd, prima tappa Biloxi. Poi, dopo un paio di settimane, arrivo in Europa e tappa milanese. La domanda di tutti noi sfegatati è: chi si siederà al pianoforte che è stato da sempre di sua immensità BILLY POWELL? Dagli Usa rimbalzano due “rumors” molto interessanti. Il primo – bomba – è che ci sarebbero dialoghi in corso con colui che a mio parere è il più grande pianista dixie di sempre: BILL PAYNE, cioè una delle due anime dei Little Feat.
Seconda ipotesi, molto interessante pure questa, è quella di JIMMIE BONES (nella foto), cioè del pianista di Kid Rock. Prima di storcere il naso c’è da riflettere: Skynyrds e Kid saranno in tour insieme durante l’estate americana e quindi la scelta sarebbe di opportunità. Inoltre Bones è un signor pianista rock-blues, con alle spalle collaborazioni con personaggi enormi come RL BURNSIDE, THORNETTA DAVIS e HANK WILLIAMS JR.
Io non faccio il tifo per nessuno, anche se la soluzione di un nome totalmente nuovo (possibilmente uno che viene dal nulla) mi sarebbe piaciuta parecchio. Stiamo a vedere: il 1 maggio si scioglierà il mistero. Abbracci a todos
E’ finita l’attesa. Ieri sera i Lynyrd Skynyrd hanno suonato al Beau Rivage Casino di Biloxi – davanti al Golfo, è quello nella foto - e finalmente si sono disvelati i misteri che riguardavano i nuovi innesti nella band, vale a dire i nomi del nuovo pianista e del bassista protempore (ricordo che Ean Evans è in cura per una malattia oncologica). I nomi sono quelli di Peter “keys” Pisarczyk alle tastiere e di Robert Kearns al basso. PETER è un pianista con una forte educazione classica alle spalle e con un paio di decenni di musica funk (George Clinton, Issac Hayes) e attualmente in sella con i 420 Funk Mob.
ROBERT è un polistrumentista attualmente con i Bottle Rockets di SaintLouis (quelli di Zoysia). Due sorprese. L’altro giorno avevo detto che speravo in una scelta non prevedibile: è arrivata. Peter non ha mai avuto a che fare con il suouthern. Robert viene dal mondo dell’alternative country. Entrambi potrebbero portare non solo “suono”, ma anche “idee”, visto gli ambito di provenienza. Li aspettiamo a Milano.
Che dire? Che dire ancora? Che dire “di più”? Si è spento Donald “Ean” Evans. Era nato ad Atlanta 48 anni fa. Era entrato nei Lynyrd Skynyrd passando dagli Outlaws di Hughie Thomasson. La notizia è stata data da sua moglie Eva e dai due figli. Ean va a raggiungere Ronnie, Steve, Cassie, Allen, Leon e Billy (anche Hughie, ma lui lo considero in eterno l’uomo Outlaws, insieme a Billy Jones). Nessun commento, solo una preghiera.
On the 6th of may Ean Evans of the Lynyrd Skynyrd passed. Another brother in the grace of God. A pray for him and for his family… Here in Italy we will remember Ean the next 3 June at the Lynyrd Skynyrd’s concert….
Forse non l’avevo mai detto qui, ma ho scritto un libro. Un libro rock. Anzi: un libro sulle canzoni rock: HELP! IL GRIDO DEL ROCK. La manfrina complessiva su questo lavorone la trovate qui: http://www.risonanza.net/?p=122. Il libro è una carrellata di canzoni raccontate e commentate, un approfondimento sul “cosa hanno mai voluto dire sulla vita, sulla morte, sull’amore, sul mistero”. Il racconto di 133 canzoni è fatto da me e da altri pazzoidi (Stefano Rizza, Paolo Vites, Riro Maniscalco). Bene: il prossimo 19 maggio presenterò HELP! a Varese, all’interno della manifestazione AMOR DI LIBRO (dai un occhio anche qui: http://www.varesenews.it/varesecultura/areastampa/DEF%20Libretto%20Amor%20di%20Libro.pdf). Inutile dire che nel libro ci sono anche alcuni capolavori sudisti. Inutile dire che ne parlerò anche in quella serata (in cui ci sarà pure un signor chitarrista: Walter Muto). Se qualcuno dei lettori del blog ha tempo o voglia di venire (magari perché ci abita vicino) venga pure a salutarmi: ci facciam volentieri due chiacchere. Abbracci a tutti.
Why so many great southern musicians passed? From Duane Allman to Ean Evans, from Toy Caldwell to Billy Powell, from Ronnie Van Zandt to Lowell George: is the fate that play with dixie people or whatever? Leave here your opinion….. and God bless you…
Perché mail il destino si accanisce con i grandi musicisti southern? Ne sono scomparsi a bizzeffe, un numero enorme. Secondo te è un caso o qualcosa si accanisce contro chi fa dixie music? Lascia il tuo messaggio. God bless you…..
Le notizie iniziano a circolare: il nuovo album degli Skynyrds avrà per titolo GOD AND GUNS. Uscirà il prossimo 29 settembre. Il primo singolo del disco sarà Still unbroken. L’album complessivamente vedrà tredici canzoni sulla playlist. Alla consolle il produttore Bob Marlette, che ha nel suo palmares (tra gli altri) Tracy Chapman, Alice Cooper e Black Sabbath.
Accendete i motori e state attenti ai cuori deboli e infranti: è la sera dei Lynyrd Skynyrd a Milano. Sarò presente con figlio a seguito e amico (eilà Beppe……..).
Ma soprattutto, ecco la SETLISTipotetica: è infatti quella che Gary Rossington & company hanno sciorinato a Glasgow e in Germania:
WORKIN FOR MCA
I AIN’T THE ONE
SATURDAY NIGHT SPECIAL
WHAT’S YOUR NAME
SIMPLE MAN
THAT’S SMELL
WHISKEY ROCK-A-ROLLER
MEDLEY: DOWN SOUTH JUKIN, NEEDLE AND THE SPOON, DOUBLE TROUBLE, TUESDAY’S GONE
GIMME THREE STEPS
CALL ME THE BREEZE
SWEET HOME ALABAMA
FREEBIRD
Lynyrd Skynyrd, finalmente. Arrivo al Palatrussardi (si chiamava così) con figlio e Beppe. Nell ‘attesa suona una band (non la sentiamo) e poi un po’ di pezzi diffusi (Highway star…….). Sullo sfondo campeggia LYNYRD SKYNYRD GOD AND GUNS TOUR: è proprio vero che c’è un nuovo album in arrivo. C’è pieno zeppo: 5-6 mila persone. Dietro di me c’è uno che sfoggia la mia stessa t-shirt: quella del concerto dei LS dell’ottobre 1997 ad Aquatica: ci salutiamo come fratelli. Pubblico con tanti capelli grigi e pelate, un po’ di rocckettari e metallari, ma anche tanti ragazzi fuori dalle tribu. Un po’ di americani (li vedi qua e là: il concerto italiano in assoluto con più americani in platea è stato quello di Stevie Ray Vaughan a Lignano, nel 1988; il 90% del pubblico veniva dalla base AFI di Aviano).
A un certo punto, tutti in scena, verso le 21.30: tribudio e bandiere confederate ovunque. La scaletta è quasi quella che avevo annunciato: WORKIN FOR MCA,
I AIN’T THE ONE, SATURDAY NIGHT SPECIAL, GIVE ME BACK MY BULLET (unica concessione alle cose più recenti),WHAT’S YOUR NAME. E’ il solito menù, nulla di nuovo: un sound poderoso e unico, canzoni che la gente canta a memoria, quarantanni di rock e di orgoglio, chitarre in duetto, Gary con Gibson (per Freebird ovviamente una Sg), Ricky prima con la Fendere di Allen Collins, poi con una Les Paul. Mark, invece, sempre con una Stratocaster (tranne che per Freebird, dove sfoggia qualcosa che non conosco…).
Accoppiata strepitosa quella che vede in successione THAT SMELL e SIMPLE MAN . Su quest’ultima Johnny Van Zandt lancia la prima dedica a Billy Powell: tutta la canzone viene cantata per lui e Peter “Keys” suona con un indice puntato al cielo. Il momento in cui il coro si alza più forte e commovente è tutto per “remember there’s someone, above!”. Gary ha spazi chitarristici enormi, molto più lunghi che nel passato, anche ogni tanto pare “astrarsi” dalla scena (durante Freebird a un certo punto fa passi indietro e si ferma proprio, senza suonare per qualche misura….). Gli altri sono in forma smagliante, soprattutto Mike Cartellone (strepitoso alla batteria), con Ricky Medlocke che non esagera e Mark che è sicuramente il più “aizzante”: chiama il pubblico, lo incita a cantare. Dopo WHISKEY ROCK’A'ROLLER parte il medley che vede in fila DOWN SOUTH JUKIN, NEEDLE AND THE SPOON, DOUBLE TROUBLE, TUESDAY’S GONE. E’ su quest’ultima che vibrano le coronarie: un millisecondo più lenta delle altre versioni, tiratissima e commovente, rimane uno dei pezzi epocali dei Lynyrd.
Finito il medley si entra nelle “ultime quattro”: prima GIMME THREE STEPS e CALL ME THE BREEZE, poi (anticipata da una breve intro chitarristica di Medlocke e Mark Matejka, quest’ultimo – mi ripeto – una bella sorpresa) SWEET HOME ALABAMA: che c’e dire ancora di uno dei pezzi per cui vale la pena sia esistito il rock’n'roll? Pausa, la band esce e rientra per l’ultimo brano (quale mai sarà?). Phatos alle stelle in attesa di una delle più grandi canzoni di sempre, una di quelle che… “se non la vedi dal vivo non sai cos’è il rock”. L’attacco di FREEBIRD e la prima strofa sono un po’ lenti, impacciati (secondo me – lo ripeto – Gary era un po’…. affaticato), ma per fortuna Peter fa il suo lavoro alle tastiere (Billy era Billy, questo è un pluridiplomato, con capello lunghissimo, un po’ di panza e cappello da cantante dei Ministry, ma se la cava e viene applaudito da Johnny molto più del nuovo compare bassista Robert). Al momento di “i want to fly, fly oh freebird” tutto passa in secondo ordine: Ricky prende il centro del palco e lo tiene fino alla fine, Mark scorrazza qua e la con il capello lunghissimo, Gary getta il bottleneck al pubbico, Johny lancia a un roadie il microfono con sopra legata una bandiera sudista, le coriste scompaiono, Mike pesta sulle pelli come un ossesso. Siamo sui dieci minuti, finale lunghissimo, tutti in centro con le chitarre elevate al cielo e Young Van Zant che incita la folla. Fine, tutti a casa.
E’ durato poco più di novanta minuti. Non ci sono altri bis (come sempre). Non sono in scaletta i pezzi del nuovo disco atteso per settembre, ma non importa. I nuovi della band: Peter promosso, Robert Kearns ben ambientato, ma senza grandi creatività (nemmeno nell’abbigliamento, che era uno dei marchi di fabrica di Leon….). Ricky è vecchissimo, ma se ne sbatte e sfoggia dei jeans con fuoco e fiamme rossi disegnati. Ce ne andiamo via biecamente contenti: chissenefrega se questa è una band di reduci! Sono i Lynyrd Skynyrd, signori. Giù il cappello, ora e per sempre!