A undici anni era già sul palco con la sua band. A dodici ha suonato con Bob Dylan e a tredici con BBKing. E poi, attorno ai diciannove, è diventato la slide della Allman Brothers Band. Tutto questo basta e avanza a far di Derek Trucks il chitarrista di gran lunga più interessante dell’ultima generazione. Non c’è paragone con i vari John Mayer o Kenny Wayne Shepard o Joe Bonamassa. Loro sono notevoli, Derek è un altro pianeta. Il resto del mondo se n’è accorto per la cover del Rolling stone o per il suo essere sideman nell’ultimo tour mondiale di Eric Clapton, ma chi ama la saga allmaniana lo “frequenta” dal live Peaking at Beacon e se l’è trovato davanti, strepitoso, nell’ultimo Hitting the note. Il suo ultimo Songlines conferma che Derek, oltre ad essere uno strumentista di rara efficacia, è pure un band leader che sa costruire un suono poliedrico, che pesca dal soul come dalla cultura afro, dal country-blues e dal jazz. Derek sta per arrivare in Italia (le date: 17.10, Roma; 18.10, Cortemaggiore; 19.10, Siena; 20.10, Milano; tutte le info al sito www.barleyarts.com) con la sua band per un concerto che si presenta – a mio parere – come l’unico realmente imperdibile di questa fine di 2007. Prima del suo arrivo siamo riusciti a raggiungerlo telefonicamente. Era comodamente seduto a casa sua, a Jacksonville, Florida. In sottofondo si sentiva la voce della moglie, la blueswoman Susan Tedeschi, e dei figli….
Walter Gatti – Ciao Derek, è un piacere chiacchierare con te. Dimmi una cosa, così a freddo: quando hai iniziato a suonare, dove volevi arrivare?
Derek Trucks – Ciao a te…. Beh, quando sei giovane e metti insieme una band non pensai esattamente a quale destinazione riuscirai a raggiungere. Pensi solo a divertirti, a trascorrere dei bei momenti, a creare un suono, un gruppo di musicisti affiatati. Non rifletti veramente sul dove stai andando. Poi a un certo punto ti accorgi che hai creato qualcosa, che le cose sono arrivate dove non credevi. Per me è stato un po’ così. La cover sul Rolling stone, il tour con Clapton, magari queste cose possono far sentire al top, ma vorrei ricordare che per me è già stato incredibile quando sono entrato a suonare nell’Allman brothers…
WG – Raccontaci come è accaduto che sei entrato a far parte della ABB..
DT – Ovvio che li ascoltavo da sempre perché mio padre è un enorme divoratore di musica e a casa nostra entravano molti grandi dischi. Quando ho iniziato a suonare la chitarra ho ascoltato e poi suonato con attenzione i migliori dischi della band, il Fillmore east e Eat a peach; gli altri dischi, anche Brothers and sister, mi hanno appassionato di meno, quei due sono stati la mia gavetta. Poi, credo sia stato nel 1999, ero in tour nei locali della Florida e della Georgia con la mia band e ho incontrato Warren Haynes e Alen Woody, e da lì è accaduto tutto…
WG – E la prima volta che ti sei trovato a suonare con tuo zio Butch, come è andata?
DT – Beh, diciamo solo che è stato molto divertente. Sembrava una riunione di famiglia. Era molto più imbarazzato lui di me….
WG – Oggi ti consideri più il chitarrista della Allman o il leader della Derek Trucks Band?
DT – Diciamo che la Allman è per me una famiglia. Io ho due figli, ma poi mi sento io stesso figlio di Gregg e di tutti gli altri. Fare musica insieme a loro è meraviglioso, ma se devo guardare avanti, al futuro, beh, io penso al mio gruppo. Non dimenticarti che suono con una mia band da circa 15 anni….
WG – Hai parlato di Gregg Allman: ultimamente sembra vivere una seconda giovinezza…
DT – In questi ultimi anni è stata la persona più divertente e rilassante ch’io abbia mai frequentato. Sta vivendo un momento molto felice e questo influenza tutti, la band, il management, gli amici più stretti. Tutti quelli che sono in tour con la ABB oppure con la Gregg Allman band ne stanno subendo l’influenza terribilmente positiva. E’ umanamente sereno, musicalmente spinge tutti a dare il meglio ed è un elemento di equilibrio per tutti. E’ grande….
WG – Sei entrato nella Allman e ti sei trovato di fianco a Dickey Betts. Ora però suoni con Warren Heynes. Ti senti più vicino al suono di Warren o a quello di Dickey?
DT – Mi sento a metà e mi sono trovato molto bene con entrambi, visto che sono due veri maestri. Ma se parliamo di stile, di suono, di influenza, diciamo che mi sento una via di mezzo tra Duane e Dickey. Non a caso dicevo che sono cresciuto con i dischi della band in cui loro due hanno definito un nuovo modo di suonare il rock e il blues, basta sentire Statesborough blues e One way out. Il fatto, poi, di suonare così spesso slide mi porta a confrontarmi spesso con Elmore James e con altri che hanno lavorato seriamente sul suono slide…
WG – Parlando di slide-guitarist mi vengono in mente Sonny Landreth e Ry Cooder: hai avuto occasione di suonare con loro?
DT – Sono un acceso fan di entrambi e ho molto della loro discografia. Ry è fantastico, ma non ho mi avuto occasione di incontrarlo, mentre con Sonny abbiamo avuto più di una occasione per suonare insieme. A loro due vorrei però aggiungere un nome, quello di Jack Pearson che forse è il migliore di tutti.
WG – Che ricordi hai del concerto “da ragazzino” con Bob Dylan?
DT – Non molto, onestamente. Mio padre è cresciuto ascoltando Bob Dylan. Era il suo idolo, perché ha cambiato il modo di vedere il mondo per tanti giovani americani, così quando ho suonato con Dylan era più che altro mio padre ad essere emozionato. Era il 92. Ricordo che abbiamo fatto 3 o 4 pezzi in questo concerto e poco altro. Ripeto: mio padre continuava a dire “Derek ha suonato con Dylan!” e io mi chiedvo perché facesse tutto quel casino…. La stessa cosa è successa quando ho suonato con Ricky Danko e la Band, mio papà andava in giro e lo diceva a tutti…
WG – Ora sei in tour mondiale: tu la tua band, le canzoni dell’ultimo album….
DT – C’è un grande affiatamento tra noi e questo è garanzia di qualità del suono. La scaletta cambia ogni sera, ma gira intorno ai titoli di Songlines. Inoltre i pezzi a struttura più aperta sono la base su cui lavoriamo per le improvvisazioni. Per questo ogni concerto è diverso dal precedente, anche nella sua durata….
WG – In Songline c’è una canzone che a mio parere svetta sulle altre I whish i knew….
DT – Si, in effetti è una grande canzone, che identifica bene il suono di tutta la band. E’ anche una canzone sulla verità umana, sulla ricerca della felicità e della libertà…
WG – Ha un fortissimo approccio soul. Sei in un qualche modo legato alla soul music?
Dt – A casa mia giravano molti dischi di King Curtis e di Aretha Franklin, quindi sono cresciuto ascoltando loro due. Non a caso spesso apriamo i concerti con Soul serenade, che ha un feeling musicale molto Stax…
WG – Ti ritieni una persona “religiosa”?
DT – Francamente non lo so. Fare musica per molti di noi è entrare in rapporto diretto con le cose, chiedersi cosa sono, dove vanno. Io sono un po’ giovane, non so molte risposte. So solo che la musica è uno dei nessi con il presente e con l’eternità…
WG – Tua moglie, Susan Tedeschi, è un’ottima musicista e cantante. Tra voi c’è più collaborazione o competizione?
DT – Entrambe le cose. Susan ha una voce potente e istintiva ed è una chitarrista capace. Facciamo molte cose insieme. Quest’anno siamo stati sul palco insieme per una ventina di concerti, quindi la collaborazione c’è. E’ anche vero che c’è pure competizione, perché ognuno ha il suo modo personale di vedere e sentire le canzoni, gli svolgimenti, i ritmi. Ognuno poi ha i suoi rispettivi dischi, le bands, e cerchiam odi tenere distinte e senza invadenza le cose. Diciamo che stiamo “affinando” le nostre sensibilità.
WG – Avete due figli: come fate a crescerli con tutto il tempo che trascorrete in tour?
DT – Appunto, è un bel problema. Per fortuna che Susan è sulla strada un po’ meno di me. Comunque recentemente li abbiamo portati spesso con noi, sia nel tour con Eric Clapton, che in Francia, che in Giappone…
WG – Ultima domanda: la migliore lezione imparata stando in tour con Clapton?
DT – Prima di tutto ogni contatto con un grande musicista ti lascia forti vibrazioni e cambia il tuo modo di concepirti. Eric è forte in un modo molto particolare. Aiuta a trovare la direzione di quello che stai facendo con poche parole. E’ molto semplice, ha una coscienza precisa del concerto, dei singoli pezzi, di tutto il tour. L’ho visto sia nella tournée, che in come lavora al suo Crossroad festival. E poi mi ha colpito che tutta la gente che lavora con lui ha questa stessa energia positivia, questa stessa semplicità. Sembra quasi li abbia scelti non solo perché sono grandi musicisti, ma anche perché condividono lo stesso atteggiamento di fronte alle cose…
WG – Grazie Derek, ci viediamo a Roma…
“In sottofondo si sentiva la voce della moglie, la blueswoman Susan Tedeschi, e dei figli….”
haha qs è bellissima.. quando intervistai susan tedeschi a un certo punto lei fu interrotta dal marito e dai figli – proprio una famiglia unita…
cool interview, thanx – mi sa che sarà l’unico concerto di fine 2007 che andrò a vedere