Luogo: Roma. Location: Stazione della birra (locale con una programmazione superba: nelle prossime settimane ci passano Marc Ford dei Black Crowes, Devon Allman e Chris Duarte). Quando: la notte appena trascorsa. Chi: Derek Trucks Band. Risultato? Grande musica. Era la prima volta che vedevo live il ragazzino con la sua band e devo dire che per quanto mi riguarda la serata si infila tra le poche memorabili dell’annata (sicuramente della “mia” annata live). Scaletta ben confezionata, che si snoda con 44 blues, I whish i knew, Soul serenade, I’ll find my way, For my brother, con Derek sempre al centro della scena senza parlare, quasi timido nelle parole e nei gesti, mentre la band fa il suo mestiere (soprattutto applausi ad un batterista notevole: Yonrico Scott). Serata tutta elettrica e tuffo micidiale nel blues con una Key to the highway giustamente lenta e sorniona. C’è una vena funky-rock, che vien fuori divertente e sofisticata in Blind, crippled and crazy e in All I do, mentre la predisposizione jam della band trasuda da tutti i pori e raggiunge la sua dilatazione massima in My favourite things di John Coltrane (da un paio di anni entra nei set della DTB), che supera abbondantemente i 15 minuti. Dell’ultimo disco si fan sentire le assenze di Crow Jane, Voluntareed slavery e di Saling on, ma è anche divertente vedere che nonostante le richieste del pubblico, rimangono assolutamente fuori serata i pezzi della Allman.
Ma lui, Derek, come se la cava? Beh, la risposta è: terribilmente bene. Ancor più vivida che in Songlines live avanza la percezione che ci troviamo di fronte a “un altro mondo chitarristico”, un po’ come quando era apparso Eddie Van Hallen oppure Jeff Healy: altri approcci, altre visioni del suono. Derek ha due strade da percorrere: il suono “normale” e la slide. Quando suona “normalmente” la sua Gibson rossa, evita accuratamente l’uso del plettro, ricavando un chitarrismo singolarissimo: se utilizzasse il plettro sarebbe limitato nell’uso della mano destra (un po’ come Toy Caldwell, ma portato a conseguenze molto più estreme). Quando afferra il bottleneck è un’altra partita: passa dal lirismo alla torrida accelerazione, utilizza il suono come fortemente percussivo e vibrante oppure brucia le tappe verso le ottave alte del manico della Gibson. Ad ogni titolo ti chiedi quale delle due soluzioni (suono “pulito” o slide) andrà ad utilizare e mi viene anche il dubbio (e se qualcuno vorrà inviare commenti dopo i prossimi concerti, ben venga) che scelga pure di variare di concerto in concerto la soluzione migliore, seguendo l’istinto. A Roma Key to the highway era quasi tutta senza slide, magari a Milano l’interpretazione cambia, chissà… Insomma: è il più grande chitarrista “dopo Clapton” (come hanno scritto gli americani)? Non si sa, ma la fantasia e la miriade di possibilità a disposizione, mostrano che Derek è un altro pianeta, non tanto per il virtuosismo o per la velocità, quanto per le strdae che può far imboccare al suo rock-blues venato di soul-southernrock.
Qualche critica? Proviamoci: il concerto non è lunghissimo, poco meno di due ore. I volumi non sono impeccabili (Derek sovrasta le tastiere esageratamente e la voce è poco equalizzata). Poi c’è una considerazione direi trasversale: di fianco a un mostro come Derek dovrebbe esserci una band di superuomini e la differenza immensa di qualità tra lui e gli altri, si nota. Anche e soprattutto tra lui e Kofi Burdbridge, che a conti fatti è l’unico in grado di poter jammare con il capobanda (tastiere e flauto, a tratti mi ricorda Jerry Eubanks, della Marshall Tucker, ma con una certa fifferenza di qualità…). Ma sono “punti neri” veramente minimi. Concerto e serata da voti altissimi. E ora aspettiamo Devon Allman: detta a priori non c’è sfida, però ci sarà da divertirsi…
grandissimo, grandissimo. non vedo l’ora di vederlo qui a milano; nn c’è possibilità di avere l’allman brothers in italia? fammi sapere
molto deluso, onestamente… sarà anche per lo schifo di posto dove si è esibito a milano (un garage ‘truccato’ da sala concerti con visibilità zero e acustica appena accettabile) ma come dici tu ho trovato la band assolutamente inadeguata e lui… freddo, estremamente tecnico ma il cuore e l’anima di zio Duane erano di un altro pianeta… sembrava uno che faceva il suo compitino, limitandosi allo stretto necessario, ma non mi ha mai scaldato neanche per un secondo…
non so, forse in una condizione adeguata lo avrei goduto di più, ma mi è sembrata una ABB di terza categoria, ostinatamente alla ricerca di atmosfere 70s che dopo un po’ infastidiscono… l’ho visto (su dvd of course) con la ABB e con Clapton, e credo che il ruolo di seconda chitarra gli si adatti di più… mah, spero di sbagliarmi, ma me ne sono andato dopo un’ora di concerto… alla prossima Dereck
LYNES: ABB in Italia, non credo ci siano progetti in vista….
PAOLO: sorry, a Roma è stato un altro concerto. Sarà per la location, sarà per non so cosa, sta di fatto che la gente se n’è uscita tutta entusiasta. Boh. In ogni caso il ragazzo ha qualità da vendere, almeno secondo me… Greetings…
anche a milano il pubblico era arci-contento
ma un locale con il palco all’altezza delle teste degli spettatori fa girare le balle, almeno a me