Il fratellino Paolo Vites mi ha mandato questo “partecipatissimo” pezzo, che provvedo immantinente a pubblicare: “Avevo avuto occasione di vedere Marc Ford in azione una volta sola, quando era ancora con i Black Crowes, durante una puntata a Milano nel febbraio del 1997 se non vado errato. Ero rimasto sbalordito dagli interplay con Rich Robinson, in un periodo in cui la band si dedicava al concetto di jammin’ band in maniera deliziosa: quei suoni caldi e pastosi che ovviamente ricordavano l’immensa Allman Brothers Band di fratello Duane.Con disappunto scoprii, un paio di anni fa, che era venuto come chitarrista di Ben Harper durante un tour di questi: sarei andato a vedere Ben Harper, che apprezzo poco, solo per ascoltare il tocco formidabile di Marc.Lunedì sera, durante un tour in promozione del suo nuovo disco solista, l’eccellente Weary and Wired; Marc Ford ha suonato di fronte a una cinquantina di sparuti spettatori nelal cornice di un piccolo club milanese. Promozione fatta col sedere, evidentemente, ma a lui non importava: accompagnato dall’ottimo figlio sedicenne Elijah alla chitarra ritmica e da un bassista e un batterista che come look e come approccio sembravano usciti da una punk band della southern California, Marc Ford ha suonato come solo i grandi sanno fare, e cioè come se fosse l’ultima occasione della sua vita e davanti a lui ci fossero migliaia di spettatori.Partito in sordina, con un paio di brani in stile classic west coast sound anni 70 con brevi e routinari assoli, si è via via scaldato, sciorinando quindi assalti chitarristici da paura sempre più lunghi e sempre più appassionati, con un parco uso di slide e un approccio sembrano una versione di Eric Clapton in acido, quello del periodo Derek and the Dominos. La band, dura, tagliente, quasi metal costruisce un muro sonoro da paura, mentre lui, occhi chiusi e movenze elegantissime, si staglia in assolo sempre più lunghi, dal profondo tocco bluesy, con crescendo ad alto tasso emozionale. A volte le melodie e l’approccio ricordano il Neil Young + Crazy Horse degli anni 70. Quando suona la slide è evidente la lezione di Duane, altrimenti si nota la scuola di impostazione profondamente blues, ma pronta ad aprirsi a intuizioni in puro stile jam: ogni volta sembra non volersi fermare maiCerto, si vede che gli manca una spalla, un altro chitarrista solista con cui duellare, ma questa sera va bene così. Uno show interamente dedicato al suo nuovo disco, nessuna cover (recentemente, negli States, ha eseguito Alabama e Southern Man di Neil Young, spesso e volentieri fa Are Yuou Experienced di Hendrix), ma serata indimenticabile”.
Paolo Vites
Ho Avuto la fortuna di vedere due sue date, ho avuto la fortuna di passare un giorno con lui e di capire come imposta la performance. Lui ha la capacità di suonare con qualunque chitarra e quanlunque ampli sempre con lo stesso risultato. In pratica alla faccia di tutti i chitarristi che credono che il suono lo faccia lo strumento l’effetto di turno, lui è la prova vivente che l’approccio ed il tocco sono tutto. Abituato a suonare con i grandi sembra che non gli interessi avere poca o tanta gente davanti a se..il bassista Mark Dutton, suonava con lui nei Burning Tree già alla fine degli anni ‘80, mentre il Figlio (davvero molto dotato) che ha 18 anni, esegue le parti ritmiche per lasciare al padre la libertà di esprimere al meglio il suo sound.
Indipendentemente dal fatto che sia la sua musica che le sue canzoni siano chiaramente ispirate alla tradizione americana e all’arte dei suoi idoli (Classic Rock e cantautori stile Young), alla chitarra non si butta mai in situazioni dove vuole impressionare l’ascoltatore, non ha nelle dita altro che tanto Rock’N'Roll, ma tanto che hai la sensazione che Hendrix Stia per salire ospite sul palco.
Andate sul suo sito e leggete le impressioni dei presenti e l’entusiasmo degli intereventi sulle date italiane…Rock’N'Roll will never die.
Leo.
Non per smentire il buon Vites ma non é vero che a Milano non ha fatto cover … il pezzo che ha chiuso il concerto era L.A. tratta da Time Fades Away di Neil Young … e Vites che proprio le cover di Young cita in chiusura pezzo non se n’é accorto
PAOLO, LEO e LORENZO:
conosco poco Marc Ford e non ho avuto occasione di vederlo a Milano (i’m sorry). Da qual poco che lo conosco e comunque per come me lo immagino lo avrei visto bene dalle parti di Live Rust….
Invece LORENZO (thanks for the link to you blog): occhio a questo nome BROTHERS OF SOUTHLAND! Supergruppo messo in piedi da Henry Paul, con un disco FANTASTICO. Chi c’è alla batteria? Steve Gorman!
Nel week end pubblico la news………
DIXIE RIDES!
C’è anche da dire che il Mitico Marc Fuckin’ Ford ha un figlio di 18 anni..e non di sedici..un dettaglio!
Ora è in Tour con Ryan Bingham del ha prodotto Mescalito (pare che abbia venduto 2000 copie..) ad ogni modo MF è chitarrista america vero fa impressione pensare che sia poco più che quarnat’enne, dato che siamo abituati ad avere a che fare solo con gente un po’ piu’ anziana, quando parliamo di Storia del Rock e qualità.
Buon per lui, peccato solo che i Crowes, senza di lui hanno davvero un altro sound, i suoi soli appuntiti e pieni carattere non lo riporteranno presto in Italia, per chi non c’era questa inverno.
Si parla di Luglio e forse anche a Pistoia….
Rock’n'Roll Marc, Rock’n'Roll….
Leo.