
Non ha bisogno che lo presenti: Gregg Allman, è uno dei simboli viventi del rock, l’unica voce bianca (insieme a quella di Van Morrison) che può cantare blues senza apparire unamacchietta dei Simpson. Musicista verso cui nutro una stima inenarrabile, nato a Nashville 64anni fa, Gregg è stato ed è l’anima della Allman Brothers Band, formazione senza cui tutta la mia visione della musica sarebbe differente e impoverita.
Ogni tanto Gregg si prende una vacanza dai compagni di avventure e produce dischi non sempre memorabili. Nel passato ci ha azzeccato con The Gregg Allman Tour (’74) e con I’m no angel (’86). A quattordici anni dal precedente titolo solista (Searching for simplicity, disco interessante e… nulla più), Gregg è ora uscito con con Low Country Blues, un disco di reverenti omaggi ad brani più o meno classici della tradizione blues registrati con la guida di T Bone Burnett (in mancanza di Tom Dowd), uno dei produttori più autentici nel solco della tradizione made in Usa, la cosiddetta “americana”.
Bella la cover e ottima la scelta (girano leggende su come TBone abbia convinto Gregg nella selezione) con dodici pezzi nella tracklist, ricca di tradizionali e titoli di padri del blues, che nella voce insuperabile di Gregg assumono una contemporaneità densa e fascinosa. Grandi comprimari di questa operazione sono gente navigatissima con in testa Dr.John, il chitarrista Doyle Bramhall II e il trombonista e arrangiatore Darrel Leonard: tutti insieme rendono Little By Little (di Little Milton), Please accept my love (di B.B.King),Rolling Stone (in una versione che sa di palude e di Louisiana) e Tears, Tears, Tears (di Amos Milburn), le perle di un disco che si ascolta rilassati e sognanti, fortissimo nella capacità di evocare suoni vintage alternando sensazioni acustiche a slides elettriche vibranti. L’unico titolo non tradizionale (o non riferibile ai “padri”) è Just another rider, di Gregg e di Warren Haynes, in riferimento per nulla velato alla classicissima Midnight Rider ed è uno dei brani migliori, forse il migliore del Cd, a confermare che Gregg anche dal punto di vista compositivo non ha perso la vena (e non a caso l’ultimo disco della Allman brothers band, Hittin the note, del “lontano” 2003, era ricco di bellissime canzoni sue tra cui Old before my time, High Cost of Low Living e Desdemona).

Bel disco, intenso e piacevole. A mio parere non è il capolavoro di cui qualcuno ha scritto, ma va bene così: applaudire Gregg è una cosa che non fa male, anche perché in Low Country Blues (e qui si non ci sono discussioni) canta in modo perfetto, con quella vena soul-blues e quel tono tristemente roco che lo rende unico. Cosa c’è che non mi convince a dargli un voto “9″? Forse attendevo qualcosa che non poteva arrivare, il capolavoro assoluto, un disco fatto di…. cose insuperabili. Invece è “solo” un bel disco. Beninteso: già da oggi si candida ad entrare tra i migliori dell’anno, però secondo me gli manca qualcosa. Magari mi sbaglio. Anyway, al cuor non si comanda e quindi: long live Gregg!
Walter Gatti