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Nnn è roba nuova, anzi: il prodotto è di tre anni fa (ormai quattro), però questo era un signor disco lee thomas band

Band di musicisti di lungo corso del Colorado, mi pare che da Fourty Miles of Bad Road questi giovinotti che rispondono al nome di LEE THOMAS BAND non abbian più inciso nulla. All’anagrafe erano (e sono ancora): Joe Bear (capobanda, vocalist e lead guitar), Doug Carmichael, Dave Davis, Michael Fogerty (drums), Dan Jones, Jim Lytle, Bob Olivier. Il disco è davvero tosto, con un mix di influenze sudiste, un po’ di Marshall Tucker (fiati, sax, flauto…), boogie (Jack Daniels) e ballate tra Doobie Brothers e Eagles (e qualche voce che addirittura ricorda David Gilmour), blues da manuale (lunghissima: Pack My Bags).

Il finale, Blue to the Bone, è tostissimo… Voto complessivo un bell’8…! Risentirlo fa piacere.

2013: VOTA I MIGLIORI

eels 

Accidenti: è da un anno esatto che non pubblico qualcosa su questo southern-blog. Non va bene, si dirà… Già. Nel frattempo son successe  cose “che voi umani….”. In ogni caso non son rimasto in panciolle, qualche disco è uscito, qualche disco ho ascoltato. Ecco il solito sondaggio di fine anno. Partecipate numerosi e vediamo cosa succede. Buon tutto e felice 2014 (visto che Natale è già passato). Abbracci fraterni…

Ecco il solito giochino di fine anno (circa).

Quali sono i migliori dischi dell’anno? Ho provato a fare la solita opinabilissima cernita. Ecco qualcuno da votare. A voi la risposta. Lo scorso anno aveva vinto WARREN HAYNES con MAN IN MOTION.

Preceduti da un inutile show dei Molly Hatchet di Bobby Ingram (unico uomo al comando: non c’è John Galvin e Dave Hlubek è un corpo isolato), anche ieri si è rinnovata la celebrazione sudista: i Lynyrd Skynyrd on stage. A dire il vero è stata dura: Vigevano è l’unico paese al mondo che nella serata è stato sistematicamente tartassato da un acquazzone fantozziano. C’erano nuvole, pioggia battente e bufera solo e solamente sopra il luogo del concerto (il cortile del Castello), manco si trattasse di una scena da Ghost riders in the Sky. Inzuppati, ghiacciati, raffreddati, i tremila sudisti-italiani sopravvissuti alla tempesta hanno assistito ad uno show skynyrdiano di assoluta qualità, iniziato alle 22.30 e terminato alle 24, quando gli elementi naturali avevano deciso di dare tregua.

Working for Mca, Call me the Breeze, Donw South Jukin, That’s Smell, The Needle and the Spoon, Tuesday’s Gone (strepitosa!), Give Me Back My Bullets, Whiskey Rock’n’roller, What’s your Name, Give me Three Steps sono tutte notevoli, mentre Simple Man è il solito capolavoro. Peccato che il probabile accorciamento della setlist abbia tagliato fuori God and Guns, l’ottima titletrack dell’ultimo cd, così come Crossroad e T for Texas. Con questi si conferma che in situazioni “classiche” questa è la scaletta, ne più ne meno di quella di tre anni fa. Il sogno di sentire una volta (almeno una volta) l’esecuzione live di Mr.Banker rimane nel cassetto.

Finale – ovvio – con Sweet Home Alabama (partita con incertezza) e una tremenda e roboante versione di Freebird.  Tutto funziona alla perfezione. Anzi: Gary Rossington, che nel 2009 era apparso piuttosto affaticato, qui si riprende scena, solisti, forza antica. Si vede che sta bene. Peter “Keys” è sempre più nella parte (ottimo in simple man e Freebird). Mark Matejka (unico costantemente fenderiano) suona perfetto. Medlocke è il più stilettoso e non fa una grinza.

I LS sono vivi e stanno bene, acciacchi permettendo. Speriamo ci sia una quarta volta.

Walter Gatti

Per la terza volta i Lynyrd Skynyrd, quelli di Sweet Home Alabama, arrivano in Italia. La prima volta è stato nel 1997, la seconda nel recente 2009. Lo fanno anche in questa instabile estate del 2012 con il prevedibile tutto esaurito di bikers e bandiere sudiste, di giovani hardrocker e di attempati amanti del sound degli anni Settanta. Questa band della Florida, dal nome impossibile (che altro non è che la storpiatura goliardica del nome di un giovane professore di ginnastica alla scuola secondaria, tal Leonard Skinner) è per qualcuno legata all’iconografia sudista delle dixie flags, per qualcun altro la band che ha scritto Freebird, celeberrima e torrenziale rock-ballad sulla necessità di libertà (“ma io sono libero come un uccello ed ho bisogno di andarmene….”), inserita in qualche decina di film più o meno celebri, Forrest Gump su tutti.

Chi ha fatto salti mortali per godersi uno dei concerti di Springsteen l’ha fatto a ragion veduta: il ragazzo del New Jersey porta in scena l’energia del rock. Anche chi andrà ad ascoltare la band di Jacksonville sa già cosa li attende, ma lo fa più per venerazione emotivo-carnale che altro, visto che gli Skynyrds conservano della formazione originale il solo Gary Rossington, chitarrista ed autore di molti successi, quasi relegato in disparte sia dalle sue precarie condizioni fisiche che dalla nuova “leadership”, formata da Johnny Van Zant e Ricky Medlocke, il primo fratello dello scomparso band leader Ronnie, il secondo chitarrista poderoso che aveva già frequentato la band agli inizi prima di mettersi in proprio con i Blackfoot.

La realtà è che i Lynyrd Skynyrd di oggi sono quasi totalmente diversi da quelli di 30 e anche solo di 5 anni fa, ma è già un miracolo che esistano. Negli anni questi musicisti di Jacksonville sono passati attraverso mille tragedie, come fossero stati colpiti da una maledizione omerica: prima un assurdo incidente d’aereo ha visto il decesso di mezza band (era il ’77 e il volo privato su cui erano imbarcati riuscì a terminare il carburante, con conseguente sfracellamento al suolo con la korte di Ronnie VanZandt, Steve Gaines e Carrie Gaines), poi incidenti di automobile, droghe e overdose, vita on-the road, reclusioni in prigione e mali incurabili hanno sterminato due chitarristi (Allen Collins e Hughie Thomasson), due bassisti (Leon Wilkeson ed Ean Evans ), un pianista (Billy Powell) e un paio di coriste.

Una serie infinita di lutti, in effetti. Credo che nessun genere musicale abbia lasciato sulla strada una tal infinita serie di lapidi come il southern rock, genere capace di mettere insieme country e soul, blues e jazz, orgoglio del proprio territorio e romanticismo ostinato. Lutti che hanno falcidiato tutti i migliori gruppi dell’area: Allman Brothers, Marshall Tucker, Grinderswitch, Blackfoot, Pointblack, Little Feat, Outlaws, Molly Hatchet. Nove band: in tutto 24 morti. Un ecatombe. E non si tratta quasi mai di gente da bassifondo metropolitano, di ragazzi “sbandati”, ma di band nate quasi sempre tra giovani di buona famiglia, in gran parte studenti di college cattolici della Georgia e della Florida, marines del North Carolina, figli di insegnanti e di piccoli uomini politici, gente che s’è spenta prima dei trentanni o che che è stramazzata d’infarto a meno di cinquanta dopo aver fatto una vita di oltre trecento concerti all’anno per quattro lustri. Musicisti che hanno finito per trovarsi in case di ricovero per degenerazioni cerebrali o che hanno scelto di suicidarsi, ben prima di Kurt Cobain, perché incapaci di resistere alla pressione o di dedicarsi tranquillamente alla famiglia. Una storia, quella del southern rock, maledetta e senza fine, con giovani che hanno scritto e cantato “cerca di essere un uomo semplice, così tutti potranno capirti” (Simple Man) e non hanno capito in tempo dove stavano spingendo l’acceleratore della loro fame di musica e di protagonismo. Erano belli e pieni d’energia, divertenti e ricchi di entusiasmo, avevano il valore della propria terra e delle amicizie autentiche. Ripeto: nessuno ha lasciato così tanto sul campo di battaglia. Il punk, il rock’n’roll, l’acid rock, la west coast, il metal: nessuno ha pagato così tanto.

Negli stati del Sud si dice: è il prezzo di chi ha provato a rimanere fedele al mito dei South-Rebel senza inquadrarsi nello yankee-way of life. Può darsi. Chi è sopravvissuto bene – come la Allman Brothers Band degli ultimi anni – lo ha fatto tirando il freno, cercando un equilibrio rilassato tra i propri demoni e le proprie speranze, anche se nessuna canzone recente identifica questo mondo come Old Before My Time (“cercando di trovare una ragione per far suonare bene tutta la vita, ti fa invecchiare prima del tempo”), constatazione di una ferita che non smette di sanguinare. Ferita che cerca pace, ferita che cerca un orizzonte e un arcobaleno in mezzo all’ipocrisia di un mondo che cambia e dimentica radici e dignità.

I Lynyrd Skynyrd che arrivano in Italia sono una signora band con un elenco di classici rock da far paura, con alcuni buoni giovani comprimari che servono alla bisogna: portare sul palco un suono unico, lo stesso che negli anni Settanta aveva conquistato Who e Rolling Stones. Rossington, Van Zant e soci sono rimasti fedeli al loro passato continuando anche recentemente a produrre bei dischi (l’ultimo God And Guns è davvero bello) e preparandosi ad un ritorno discografico nel prossimo autunno con Last of a Dying Breed. Sentirli ancora una volta in Italia sa del miracoloso. Impossibile sapere esattamente quanto potrà durare ancora la loro vita on stage, quindi chi può se li goda. Negli Stati Uniti e in mezza Europa sono una leggenda vivente. In Italia sono roba da rockettari incalliti e tremendamente datati. Il mondo dei giovani e degli ascoltatori “colti” non li conosce o al massimo li considera – come a New York – dei “burini del sud”. Chi sarà a Vigevano ad ascoltarli si godrà il puro divertimento ad alta gradazione della bandiera sudista che sventola su Call me the Breeze, Simple Man e T For Texas. Sempre meglio che sbracciarsi per Madonna, i Modà o i Kasabian.

VOTA IL BEST DEL 2011

Hello: in modo assolutamente arbitrario ho selezionato un elenco di bei dischi del 2011 (mi pare siano 27). Il gioco che qui si propone è semplice: votate il BEST. Purtroppo la lista segue i gusti personali di chi pubblica e non si riferisce esclusivamente a prodotti di un genere specifico. Alcune cose sono rimaste “dolorosamente” fuori (Waterboys, Ry Cooder…) perché non mi sono sembrate all’altezza degli altri qui indicati. Chi vuole partecipi: avete 3 preferenze da esprimere. E potete pure lasciare commenti eccetera. A voi. Ovviamente la classifica non è falsificabile: vediamo cosa viene fuori.

Qualcuno potrà stancarsi, ma non mi stanco io – in questi giorni – di ascoltare dischi stupendi. L’ultimo in ordine di apparizione è MAN IN MOTION, di WARREN HAYNES, che decide di fare le cose in solitaria, pur se accompagnato dalla solita schiera di bei musicisti (all’hammond Ivan Neville, Ian McLagan al piano, George Porter al basso, Ruthie Foster ai cori e Ron Holloway al sax, in un misto di ispirazioni soul e country, visto che è andato a registrare allo studio di Willie Nelson).
Il disco suona meno southern di altre sue produzioni, molto più orientato al soul e al rhyhtm’n’blues, che poi erano la base musicale di partenza di questo chitarrista nel North Carolina che il 6 aprile ha compiuto 51 anni. I dieci titoli del cd sono tutti di altissimo livello compositivo, emotivo, chitarristico, mettendo insieme bei pezzi funk-rock di feroce groove (la titletrack) con cose che sembrano arrivare da Steve Wonder (River’s Gonna Rise), da James Brown (Sick of My Shadow) e da Wilson Pickett o Solomon Burke (On a Real Lonely Night e Take a Bullet).

Intenso, trascinante, convincente, con la solita bella chitarra in evidenza che emerge perfetta interprete di quei pezzi lenti di mostruoso feeling che sono da sempre nelle corde del Warren autore e che qui appaiono nella forma di Everyday Will Be like a Holiday e You’re wildest dream.
Perchè un disco solo e senza Gov’t Mule: semplicemente perché c’è meno rock e più gospel-soul, come confermato dal pezzo di chiusura, gli stupendi sei minuti di Save Me, roba da RayCharles-OtisRedding-Aretha, senza percussioni e “quasi” senza chitarre, una preghiera per sola voce-hammond-pianoforte, roba da brividi autentici: “Salvami, proteggimi dalla pioggia scrosciante…“.
Niente altro da aggiungere, se non che Warren si conferma uno dei migliori autori di questi ultimi anni. Alcune tra le top songs della Allman brothers band hanno la sua firma e in questo MAN IN MOTION si capisce il perché. Da ascoltare senza alcuna remora, nella speranza che Haynes arrivi presto sui palchi italiani con questa scaletta strepitosa..

Walter Gatti

Non ha bisogno che lo presenti: Gregg Allman, è uno dei simboli viventi del rock, l’unica voce bianca (insieme a quella di Van Morrison) che può cantare blues senza apparire unamacchietta dei Simpson. Musicista verso cui nutro una stima inenarrabile, nato a Nashville 64anni fa, Gregg è stato ed è l’anima della Allman Brothers Band, formazione senza cui tutta la mia visione della musica sarebbe differente e impoverita.

Ogni tanto Gregg si prende una vacanza dai compagni di avventure e produce dischi non sempre memorabili. Nel passato ci ha azzeccato con The Gregg Allman Tour (’74) e con I’m no angel (’86). A quattordici anni dal precedente titolo solista (Searching for simplicity, disco interessante e… nulla più), Gregg è ora uscito con con Low Country Blues, un disco di reverenti omaggi ad brani più o meno classici della tradizione blues registrati con la guida di T Bone Burnett (in mancanza di Tom Dowd), uno dei produttori più autentici nel solco della tradizione made in Usa, la cosiddetta “americana”.

Bella la cover e ottima la scelta (girano leggende su come TBone abbia convinto Gregg nella selezione) con dodici pezzi nella tracklist, ricca di tradizionali e titoli di padri del blues, che nella voce insuperabile di Gregg assumono una contemporaneità densa e fascinosa. Grandi comprimari di questa operazione sono gente navigatissima con in testa Dr.John, il chitarrista Doyle Bramhall II e il trombonista e arrangiatore Darrel Leonard: tutti insieme rendono Little By Little (di Little Milton), Please accept my love (di B.B.King),Rolling Stone (in una versione che sa di palude e di Louisiana) e Tears, Tears, Tears (di Amos Milburn), le perle di un disco che si ascolta rilassati e sognanti, fortissimo nella capacità di evocare suoni vintage alternando sensazioni acustiche a slides elettriche vibranti. L’unico titolo non tradizionale (o non riferibile ai “padri”) è Just another rider, di Gregg e di Warren Haynes, in riferimento per nulla velato alla classicissima Midnight Rider ed è uno dei brani migliori, forse il migliore del Cd, a confermare che Gregg anche dal punto di vista compositivo non ha perso la vena (e non a caso l’ultimo disco della Allman brothers band, Hittin the note, del “lontano” 2003, era ricco di bellissime canzoni sue tra cui Old before my time, High Cost of Low LivingDesdemona).

Bel disco, intenso e piacevole. A mio parere non è il capolavoro di cui qualcuno ha scritto, ma va bene così: applaudire Gregg è una cosa che non fa male, anche perché in Low Country Blues (e qui si non ci sono discussioni) canta in modo perfetto, con quella vena soul-blues e quel tono tristemente roco che lo rende unico. Cosa c’è che non mi convince a dargli un voto “9”? Forse attendevo qualcosa che non poteva arrivare, il capolavoro assoluto, un disco fatto di…. cose insuperabili. Invece è “solo” un bel disco. Beninteso: già da oggi si candida ad entrare tra i migliori dell’anno, però secondo me gli manca qualcosa. Magari mi sbaglio. Anyway, al cuor non si comanda e quindi: long live Gregg!

Walter Gatti

Iniziamo l’anno con una domandina: quale CD ci farebbe più “felici”?

A voi la scelta:::::…….. e AUGURI!

HELLO A TUTTI. Rieccomi. Che fine ho fatto? Troppe cose cui star dietro (davvero). Comunque sono stati mesi di ottime musiche. E quindi provo a dar qualche

personalissimo giudizio sui migliori del 2010. Mi piace da matti l’ultimo dei Widespread Panic, che con Herring fanno faville più che mai. Trovo che alcuni autori, tra cui la tostissima Gretchen (finalmente matura, anche se un po’ sorniona con i riferimenti “testuali” ai Lynyrd Skynyrd), abbiano fatto un ottimo lavoro. Non includo Charlie Daniel (The Land That I Love) perché ha dentro alcune cose veramente da ridere (il patriottismo con tanto di orchestra è superiore alle mie forze). Inserisco Peter Wolf perché la J.Geils Band aveva una forte anima sudista. Tom Petty è tornato autorevole ed è figlio con quel southern accent di cui abbiam già scritto. Niente da dire su alcuni chitarristi: di Derek Trucks non dico più nulla (però la sua band non è all’altezza) Andy Aledort, tecnicamente stupendo, Joe Pitts (che intensità); Billy Crain (grandi canzoni, molto west-coast oriented), e Barry Lee (grandi canzoni da uno che è stato a lungo con Allen Collins). 

Finalmente i Confederate fanno un live e quindi val la pena ascoltarli forever. 
Più country e meno dark i nuovi Drive By Truckers hanno  confezionato un disco splendido. Inoltre okkio al bellissimo disco  di Shaun Murphy: l’ex cantante dei Little Feat ha fatto colpo!

2010: THE BEST

WIDESPREAD PANIC, DIRTY SIDE DOWN
TONY JOE WHITE, THE SHINE
CONFEDERATE RAILROAD, LIVE BACK TO THE BARROOM
ANDY ALEDORT & THE GROOVE KINGS, LIVE AT THE NORTH STAR
BARRY LEE HARWOOD, SOUTHERN PART OF HEAVEN
DEREK TRUCKS, ROADSONGS
PETER WOLF, MIDNIGHT SOUVENIRS
GRETCHEN WILSON, I GOT YOUR COUNTRY RIGHT HERE
DRIVE BY TRUCKERS, THE BIG TO DO
TOM PETTY, MOJO
JOE PITTS, TEN SHADES OF BLUE
BILL CRAIN, SKELETONS IN THE CLOSET
SHAUN MURPHY
, TROUBLE WITH LOVIN’

Comunque – visto il lunghissimo silenzio – chiedo scusa. Ma siamo sempre in pista.

E soprattutto buon 2011 a tutti!WG

PRENDO A PRESTITO UN TITOLO DEI PEARL JAM, PER DIRE: RIECCOLO QUI!!……..

Ciao a tutti, scusate per il lngo silenzio, ma ho dovuto – per forza – staccare da tutto, per cercare di finire il nuovo libro, che uscirà dopo l’estate.

Dopo HELP! IL GRIDO DEL ROCK e COSA SARA’, ora è la volta di AMAZING GRACE, volume tutto dedicato a Gospel Blues e Soul….

Nel frattempo la mia colonna sonora è stata:

BROTHERS OF THE SOUTHLAND – rimane enorme, con dentro qualche capolavoro (title track, Rock and roll survivor, Long goodbye….)

ALLMAN LIVE SECOND SET – che dire……

SHOOTER JENNINGS – LIVE – c’è dentro una versione di Southern Comfort da brividi elettrici

A presto, con altre cose…..
Abbracci, fratelli………


Sarà la southern tourneé del 2010? Probabilmente si per noi italic! Gli ZZTOP che tornano nel nostro Paese non sono qualcosa da perdersi: date ufficialmente pubblicate sul sito di Barley Arts (http://www.barleyarts.com/Dynamic/Concerti.php?intLangID=1&intCategoryID=3&StartRec=20&StartRec=40&StartRec=60) sono:

ROMA 12 luglio
PADOVA 14 luglio
MILANO 15 luglio

E quindi aspettiamo al varco Billy Gibbons and company.
Nel frattempo sul sito della LITTLE OL’ BAND FROM TEXAS, si annuncia il TORU EUROPEO per questa estate, ma a parte Londra non ci sono altre date segnalate (http://www.zztop.com/index.php?module=tour).

(here we are again……..!)

The same question in a different (and global-artistic) way: how is possible for a great artist to participate with heart to his own music and not only with professional technique?

I BELIEVE IF YOU HAVE WRITTEN THE SONG, IT HAS A PERSONAL TOUCH TO IT, EVEN IF ITS JUST A MADE UP STORY, THERE IS ALWAYS SOME BASIS OF TRUTH IN IT, AND BEING AN ARTIST THAT MOSTLY DOES MY OWN MATERIAL, EITHER WRITTEN BY ME OR SOMEONE ELSE IN THE BAND THERE ARE FEELINGS TO DRAW FROM THAT YOU MUST EMOTE TO MAKE IT REAL TO THE AUDIENCE … THE SAME HOLDS TRUE FOR SONGS WRITTEN BY SOMEONE ELSE, IF YOU WANT TO PERFORM IT YOU SHOULD HAVE SOME FEELING FOR IT, OTHER WISE THERE IS NO REASON TO DO IT-THAT SAID I HAVE BEEN HIRED TO SING SONGS ELSEWHERE THAT I HAVE NO FEELING FOR, BUT YOU MUST MUSTER UP SOMETHING, SOME RECOLECTION OF A FEELING TO SELL THAT SONG, ITS REALLY LIKE ACTING IN A WAY …

The last LT’s work, Join the band, has been a great reunion for friends of the band: are you proud of this product? I especially loved the Inara’s version of Trouble and the whole collaboration with Buffett… 

THIS WAS A FUN PROJEST TO DO AND TO ENLIST PLAYERS OF SUCH CALIBER TO JOIN THE BAND ON LITTLE FEAT SONGS WAS FANTASTIC, INARA’S VERSION OF TROUBLE WAS TRULY INSPIRED, AND THE WAY THAT WE CHANGED UP ARRANGEMENTS OF OLD FEAT STANDARDS WAS SUCH FUN TO DO, IT’S LIKE WHAT I SAID BEFORE ABOUT PLAYIING SONGS SO MANY TIMES AND LOOKING FOR NEW AND DIFFERENT WAYS TO PLAY THEM …. ALSO TO HAVE JIMMY BUFFETT INVOLVED AND TO RECORD AT HIS STUDIO IN KEY WEST FLORIDA WAS FANTASTIC, A GREAT ENVIRONMENT TO WORK AND PERFORM … VERY PROUD INDEED OF THIS WORK ….

I like the North cafè cd with Fred Tackett: it’seems there is a great legacy between you and Fred, a “heart legacy”…. How is possible a deep musical unity after long years of collaboration? Many people and artists after years become enemies, not friends….

I THINK THAT FRED AND I, AS WELL AS ALL THE MEMBERS OF THE BAND HAVE SUCH A DEEP RESPECT FOR ONE ANOTHER THAT THE FRIENDSHIP RUNS DEEP, I DON’T THINK THAT YOU CAN BE CREATIVE WITH PEOPLE YOU HATE, MAYBE OTHERS CAN BUT CERTAINLY NOT ME, WE ARE LIKE FAMILY AND LIKE ANY FAMILY THERE ARE TIMES WHEN YOU DON’T AGREE WITH ONE ANOTHER, BUT FOR THE MOST PART YOU ARE ON THE SAME PAGE AND HAVE COMMON INTERESTS AND DESIRES, LITTLE FEAT IS LIKE THAT, WE HAVE A DEEP LOVE AND RESPECT FOR THE MUSIC, AND THEREFORE FOR EACH OTHER…FRED AN I IN PARTICULAR SINCE WE HAVE BEEN PLAYING TOGETHER SO LONG EITHER WITH LITTLE FEAT OR ON RECORDING SESSIONS OR NOW FOR THE LAST DECADE TOGETHER IN OUR DUET … AND THE DUET IS SO DIFFERENT AS IT ALLOWS US ANOTHER OPPORTUNITY TO INTERPRET THE SONGS IN AN ALTOGETHER DIFFERENT WAY … MORE ORGANIC I THINK AS ACOUSTIC AND STRIPPED DOWN, THE SONGS BECOME THE FOCAL POINT MORE SO THAN THE GREAT PLAYING OF THE ENTIRE BAND …..

Why Shaun left the band? 

UNFORTUNATELY THIS WAS A SIGN OF THE ECONOMIC TIMES, WE HAD COME TO A POINT WHERE WE WERE EITHER GOING TO STOP PLAYING AS LITTLE FEAT OR HAD TO CUT BACK FINANCIALLY,AND SHE WAS THE ONE MEMBER WHO WE COULD CONTINUE WITHOUT, WE HAD DISCOVERED THAT WHEN SHE WENT ON THE ROAD WITH BOB SEGER AND WE CONTINUED TO PERFORM WITH OUT HER, AND IT WAS LIKE THE OLD LITTLE FEAT, WITH A PURELY MALE PROSPECTIVE, I MISS HER, I REALLY DO, BUT FINANCIALLY WE COULDN’T MAKE IT HAVING 7 MEMBERS ANYMORE, WE ALSO CUT A COUPLE OF PRODUCTION JOBS TO MAKE IT MORE FINANCIALLY POSSIBLE TO KEEP THE FEAT TRAIN ROLLING …. I HOPE THAT THIS ECONOMIC DOWNTURN CHANGES SOON OR WE’LL PROBABLY SEE THE END OF OUR TOURING AS A BAND BECOME A REALITY, UNLESS SOMEHOW WE HAVE A HIT RECORD OR SOMETHING THAT INCREASES THE FLOW OF FINANCES …. SAD REALLY, BUT I KNOW THAT EVERYONE IS FEELING THE PINCH, AND PEOPLE JUST DON’T HAVE THE MONEY TO SPEND ON MUSIC AND CONCERTS LIKE THEY USED TO ….

Richie: do you have good news about him or not….? 

GOOD NEWS IS THAT HE IS PLAYING HIS DRUMS AGAIN, SLOWLY BUT AT LEAST PLAYING … HE HAS A VERY LARGE HILL TO CLIMB WITH THE CANCER IN HIS LIVER AND ONCE AGAIN THE COSTS OF MEDICAL TREATMENT IS STAGGERING, FOR SOME REASON AMERICANS DON’T SEE THAT THE COST OF HEALTH INSURANCE HAS COME TO A POINT WHERE MANY JUST CAN’T AFFORD DOCTORS OR MEDICAL TREATMENT THAT IS REALLY NEEDED .. IT IS SUCH A POLITICAL BOONDOGLE, A GREEDY ASPECT OF POLITICS THAT KEEPS US SCRAMBLING TO DO BENEFITS AND SUCH FOR HIS TREATMENTS … HE IS LIVING IN CANADA NOW WITH HIS WIFE WHO IS CANADIAN, AND SOON HE WILL QUALIFY FOR THE NATIONAL HEALTH SYSTEM THERE, BUT FOR NOW HE MUST PAY FOR THE TREATMENTS AND THAT’S HARD, THANKS TO SWEET RELIEF, A PROGRAM THAT HELPS MUSICIANS GET FINANCIAL HELP THROUGH DONATIONS HE IS COPING WITH IT, AND IF ANY ONE IS INTERESTED IN MAKING A DONATION THERE IS A WEB SITE, SWEETRELIEF.COM THAT WILL TAKE THOSE DONATIONS AND FUNNEL THE MONIES TO RICHIE AND HIS FAMILY ….

 A few question – if I can – about your “personal life”: Where do you live now? Do you have a family or do you live alone? What are your interests beside music? Are you a religious person?

I LIVE IN SOUTHERN CALIFORNIA, A FEW MILES OUTSIDE OF LOS ANGELES WITH MY WIFE PAMELA AND THREE CHILDREN, SON GABRIEL WHO IS ALMOST 21, AND DAUGHTER GENEVIEVE 18 AND MY YOUNGEST DAUGHTER IS GILLIAN WHO IS 12, AND THEY ARE THE JOY OF MY LIFE, AND WHILE I AM A VERY SPIRITUAL PERSON, I AM NOT A RELIGIOUS ONE, THAT IS I DON’T BELIEVE IN BELONGING TO ONE RELIGION, I FEEL THAT RELIGIONS HAVE UNFORTUNATELY BECOME POLITICAL ENTITIES AND ARE BUSINESS ORIENTED, I AM A PACIFIST, I BELIEVE IN PEACE AND LIVE AND LET LIVE, AND EVEN THOUGH I KNOW IT IS UNREALISTIC, I STILL HOPE THAT SOMEDAY THE WORLD WILL BE AT PEACE AND THUS WE ALL FIND WHAT HEAVEN IS ALL ABOUT RIGHT HERE ON EARTH ….

Tell me something about the music that you like today: are there new bands and new songwriters that you love more than others?

MY MUSICAL TASTES ARE STILL PRETTY MUCH LIKE ALWAYS, I LOVE MY OLD JAZZ RECORDINGS, AND BLUES, I HAVE RECENTLY BEEN LISTENING TO BILL FRISELL AND JOHN SCOFIELD AS I THINK THEIR GUITAR PLAYING IS AMAZING, ALSO THERE IS A NEW BAND FROM LOS ANGELES CALLED GRYPHON LABS WHO ARE GREAT PLAYERS, AND THEY PLAY WITH DWEEZEL ZAPPA AND HAVE JUST MADE A CD CALLED MODERN MYTHOLOGY, ALSO A NEW BAND FROM AUSTIN TEXAS CALLED BAND OF HEATHENS WHO PLAY A LOT LIKE LITTLE FEAT AND THE BAND … 

Rock music: do you think is still alive? If yes: where and how…? 

THERE WILL ALWAYS BE ROCK MUSIC, TODAYS FORM IS REALLY MORE HIP HOP AND THE NEW R&B BUT IT IS STILL ROCK AND ROLL WHEN YOU THINK ABOUT IT, GENERATIONS ALL HAVE THEIR DIFFERENT SOUND, AND THIS IS THE ONE OF TODAY BUT IT ALWAYS EVOLVES AND CHANGES WHICH IS WHY I LOVE ROCK AND ROLL, IF ITS GOT A BEAT AND GROOVES SIGN ME UP … ONE WAY TO MAKE SURE THAT ROCKK AND ROLL IS ALIVE AND WELL JUST LISTEN TO THE SOUNDTRACK OF LIFE, ALL OF OUR COMMERCIALS, AND LOTS OF MOVIES HAVE THAT ROCK AND ROLL SOUND TRACK GOING ON, IT’S WHAT ATTRACTS US …

And what about the southern rock? I think that Allman brothers are living a great moment with Greg, Derek and Warren…. 

YOU HAVE JUST MENTIONED TWO OF THE FINEST GUITARISTS ON THE PLANET, I LOVE HOW EACH ONE OF THEM PLAY AND BOTH OF THEIR STYLES ARE SO DISTINCTIVE, AND OF COURSE GREGS PLAYING AND SINGING IS THE SIGNATURE OF THE BAND, I’VE ALWAYS BEEN A FAN OF THE ALLMAN BROTHERS BAND, AND THEY ARE SUCH NICE PEOPLE AS WELL … ON THE SUBJECT OF SOUTHERN ROCK I THINK THAT TODAYS COUNTRY MUSIC OUT OF NASHVILLE HAS REALLY TAKEN OVER THAT MANTLE, THERE ARE SO MANY OF THE NASHVILLE BANDS THAT SOUND MORE ROCK THAN COUNTRY SO THAT WOULD GET MY VOTE FOR SOUTHERN ROCK!

New Orleans: what’s about the city? The Kathrina days passed: people and music are still alive?

AND NEW ORLEANS IS STILL ALIVE AND WELL, NOW THAT THEY HAVE A SUPER BOWL CHAMPION I THINK THE CITY IS UNDERGOING A REVIVAL THAT WILL CONTINUE FOR YEARS TO COME, THE BANDS FROM THERE, THE RADIATORS, PAPA GROS FUNK, THE METERS, THE NEVILLES, JOHN MOONEY, ANDERES OSBORNE,  AND SOME NEW ONES LIKE IVAN NEVILLE AND DUMPSTA FUNK OR BONEARAMA, THEY ARE ALL AMAZING, AND LETS NOT LEAVE SONNY LANDRETH OFF THE LIST, EVEN THOUGH HE’S FROM LAYFAYETTE I STILL THINK OF HIM AS A NEW ORLEANS LOUISANA BOY!!!

Blues music is your cradle: do you think at yourself like a blues artist in the way (for example) of Jorma Kaukonen? Any plan to record an acoustic classic blues album?

WELL I LOVE THE BLUES AND STILL PLAY A LOT OF BLUES, AS A MATER OF FACT WITH FRED A LOT OF THE LITTLE FEAT SONGS WE DO AS A DUET COME OF MORE BLUESY, DOWN ON THE FARM AND OLD FOLKS BOOGIE IN PARTICULAR, WE HAVE A NEW CLASSIFACATION FOR MUSIC IN THE STATES CALLED AMERICANA, LEVON HELM IS A BIG INFLUENCE IN THE GENRE, AND THAT’S WHERE MY INTENTIONS ARE THESE DAYS IN WRITING, IT ENCOMPASES BLUES AND ROOTS MUSIC, YOU SHOULD REALLY TAKE A LISTEN TO LEVONS TWO RECORDS PRODUCED BY LARRY CAMPBELL, REALLY FINE WORK

Future and new projects: what move on in the future of Little feat and Paul Barrere?

FEAT ARE IN THE BEGINNING STAGES OF WRITING AND GETTING READY TO DO ANOTHER STUDIO RECORD, IT WILL BE IN THAT AMERICANA VEIN AND INCLUDE BLUES JAZZ AND COUNTRY, AND FRED AND I JUST RELEASED ANOTHER LIVE RECORD CALLED LIVE IN THE UK 2008 FROM RECORDINGS WE MADE ON OUR TOUR IN 2008 THOROUGH OUT GREAT BRITAIN …. IT WILL SOON BE AVAILABLE THROUGH OUR WEB SITE PAULANDFRED.COM … 

Do you have plans to tour in Europe and expecially here in Italy?

I WOULD LOVE TO GET BACK TO ITLAY, WE HAVE TOURED IN EUROPE NOW THE LAST 4 YEARS USUALLY IN THE SUMMER, AND FRED AND I  DO IT IN THE WINTER, SO IF ANYONE IN ITALY WOULD LIKE TO GIVE US A GIG, LET ME KNOW, WE HAVE ALWAYS HAD GREAT AUDIENCES IN ITALY, THEY ARE VERY SOPHISTICATED IN THEIR MUSIC TASTES!!!

Thanks Paul, God bless you
Walter
And THANKS to Steve KLEIN!

paul barrere

I had the fortune to share some q/a with one of my favourite musician: Paul Barrere, the man that still represent (with Bill Payne) the LITTLE FEAT! This is the interview. I liked it. Thank you Paul. From the heart.

Hi Paul: LITTLE FEAT is a great story of real American music. You passed through 40years of music, adventures, bad and good days, and are still here with fans everywhere. What do you think about all of this if you look back?

PAUL BARRERE: I AM AMAZED THAT IT HAS LASTED SO LONG, AND IT’S REALLY A TESTEMENT TO THE MUSIC WE PLAY, IT’S SO ENJOYABLE AND ALWAYS NEW AND FRESH FROM NIGHT TO NIGHT I NEVER GROW TIRED OF PLAYING THESE SONGS-THE ROAD ITSELF CAN BE A CHALLENGE NOW THAT WE ARE OLDER, BUT FOR THE 2 HOURS ON STAGE IT MAKES IT ALL WORTH WHILE – WE ARE TRULY LIKE A FAMILY WE’VE KNOW EACH OTHER SO LONG ……

Have you ever had the perception that your music was loved everywhere, also …. here in Italy?

PAUL BARRERE: I KNEW THAT THE FEAT WERE LOVED ALL OVER THE WORLD, WE HAVE GOTTEN FAN LETTERS FROM JUST ABOUT EVERYWHERE, AND EVEN HAD A TOP 10 SONG IN SOUTH AFRICA ONCE, RECEIVED AWARDS FROM GERMANY AND JAPAN, AND JUST FROM TOURING GOT TO KNOW OF OUR POPULARITY, BUT SINCE THE INTERNET THAT FAN BASE HAS BROADENED AS WE GET LETTERS FROM EVERYWHERE ON OUR MYSPACE AND FACEBOOK SITES … I ALSO KNOW THAT FOLKS WHO HAVE NEVER BEEN TO AMERICA DO GET A PICTURE OF WHAT OUR WORLD IS LIKE THROUGH OUR MUSIC, ALTHOUGH SOMETIMES I THINK ITS NOT THE BEST PICTURE YOU COULD HAVE OF OUR LIFESTYLE, CERTAINLY LITTLE FEAT HAS NOT BEEN IN FAVOR WITH SOME OF OUR POLITICAL LEADERS IN THE PAST, BUT OVERALL ITS FLATTERING TO KNOW WE HAVE THESE FANS ALL OVER

Have you ever lived moments in which you though “Now everything ends. No more music, no more art, no more band”. If yes: what keep you always on the road? Strong belief in yourself? Friends? Wife? Lovers? Faith? The power of music?

PAUL BARRERE: I THINK WE ALL FACE MOMENTS LIKE THIS, FOR ME THEY’RE ALWAYS FLEETING AND NEVER TO SERIOUS, I LOVE PLAYING MUSIC AND EVEN IF LITTLE FEAT WE’RE TO END I WOULD PLAY ON, AS A MATTER OF FACT FRED TACKETT AND I PLAY WITHOUT THE BAND A COUPLE TIMES A YEAR, USUALLY IN THE UK AND NORTHERN EUROPE, WOULD LOVE TO COME TO ITALY AND FRANCE SOMETIME BUT SO FAR SPAIN AND THE NEDERLANDS HAVE BEEN THE ONLY SPOTS ON THE CONTINENT THAT WE’VE DONE OUR DUET … I HAVE A GREAT WIFE WHO KNOWS OF MY LOVE FOR PLAYING MUSIC AND SHE ENCOURAGES ME TO DO SO SINCE IT MAKES ME SO HAPPY, AS I GET OLDER THE TOURING GETS HARDER, JUST THE TRAVEL PART, BUT I STILL LOVE IT …. PERHAPS THE FINAL TIME WHEN I THINK EVERYTHING ENDS WILL BE WHEN I CHECK OUT FROM THIS PLANET AND MOVE ONTO THE NEXT!

Lowell George: which are the best memories that you have of him and with him?

PAUL BARRERE: ONE OF THE FIRST IS IN 1969 WHEN HE WAS JUST STARTING LITTLE FEAT AND ASKED ME TO AUDITION AS THE BASS PLAYER .. I TOLD HIM THAT I WAS A GUITARIST AND THAT I DIDN’T KNOW HOW TO PLAY BASS REALLY .. HE TOLD ME “WELL ITS TWOI LESS STRINGS”  WE ALL KNOW THAT IS NOT THE ONLY DIFFERENCE AND I FAILED THE AUDITION BADLY, BUT I THOUGHT THAT WHEN THEY GOT ROY ESTRADA TO COME OVER FROM THE MOTHERS THAT THAT WOULD BE THE REAL GLUE TO THE SOUND …. I ALSO TOLD THEM AT THE AUDITION IF THEY EVER WANTED A SECOND GUITARIST THAT I WOULD LOVE THE CHANCE TO DO IT, AND GOT THAT CHANCE 3 YEARS LATER IN 1972, AND WE WENT ON TO MAKE DIXIE CHICKEN AND I WAS THRILLED TO BECOME A MEMBER OF WHAT I BELIEVED TO BE THE BEST AMERICAN ROCK AND ROLL BAND GOING …  AND ONE OF MY FONDEST MEMORIES OF HIM WAS BEING AT THE RECORDING SESSION OF THE MAKING OF THEIR FIRST RECORD AND HIM DOING A SOLO ON THE SONG WAIT TIL THE SHIT HITS THE FAN, AND HE WAS DRIVING THE PRODUCER CRAZY, NEEDLESS TO SAY THAT VERSION NEVER MADE IT TO THE RECORD BUT I LOVED HOW HE WAS STICKING IT TO THE PRODUCER … LOWELL WAS BRILLIANT …. HE WAS MY MENTOR AND INSPIRATION

The Dixie chicken version from Live from Neon park was gorgeous! It’s a suite with a mixture of American different musical traditions. How do the band create that version of the songs?

PAUL BARRERE: DIXIE CHICKEN IS ONE OF THOSE SONGS THAT HAS TO EVOLVE FROM YEAR TO YEAR, AND THAT VERSION IS JUST ONE OF MANY, WE LIKE TO INCLUDE JAZZ, DIXIELAND, BLUES, FUNK, COUNTRY BLUES OR WHAT EVER WE CAN DIG UP TO MAKE IT INTERESTING FOR US TO PLAY, AND THUS MAKE IT INTERESTING FOR OUR FANS TO LISTEN TO … ACTUALLY AS OF LATE SOME OF OUR MORE ARDENT FANS HAVE WANTED US TO GO BACK TO PLAYING IT LIKE THE ORIGINAL RECORD AND NOT JAM SO MUCH, BUT WE LOVE HAVING THE ROOM TO IMPROVISE EVERYNIGHT AND EXPAND OUR OWN INTEREST LEVEL … FOR A MUSICIAN THERE IS REALLY NO BETTER FEELING THAN BEING CREATIVE ON THE SPOT, I KNOW THAT’S HOW ALL THOSE GREAT JAZZ MUSICIANS FELT PLAYING THE SAME BOOK NITE TO NITE – CHANGE THE TEMPO, THE FEEL, USE THE MELODY AS  AN ANCHOR BUT ALLOW FOR SOME FREEDOM TO LET THE MUSIC SOAR THROUGH YOU – REALLY LIKE HEAVEN WHEN IT ALL WORKS ….

I think Willin remains one of the more emotional song in the rock history. I always hear it with a deep feeling about love, loneliness, destiny. After long years and thousands gig, do you feel anything when you play it? I mean: is it possible for an artist to feel something about a song after years and years?

PAUL BARRERE: OF COURSE I HAVE FEELINGS ABOUT THIS SONG, AND LOVE TO PLAY IT, IT IS NOT ONLY ABOUT ALL THOSE FEELING YOU DESCRIBE IN YOUR QUESTION BUT ALSO HAS A BIT OF HUMOR ABOUT IT AND THE LIFE OF A TRUCK DRIVER-LOWELL USED TO SAY TO THE AUDIENCE “IF YOU GOT IT, A TRUCK BROUGHT IT” AND THAT’S SO TRUE STILL TO THESE DAYS, AND I’M SURE IT’S THE SAME IN EUROPE … COMMERCE IS REALLY DRIVEN BY THE TRUCKING INDUSTRY, EVEN IF ITS JUST THE SMALL TRUCK THAT OFF LOADS GOODS FROM TRAINS, YOUR STORES WOULDN’T BE STOCKED WITHOUT A TRUCKER BRINGING YOU THOSE PRODUCTS … TRUCKERS ARE A UNIQUE GROUP OF FOLKS, THAT’S WHY TRUCK STOPS ARE SO INTERESTING, AND NOT ONLY IN THE USA BUT ALL OVER THE WORLD

(part two: wait a moment…..)

Assente per un po’, rieccomi e vi preparo una sorpresa. Un’intervistona…………. Indovinate di chi??

Hello: è proprio da tanto tempo che ho in mente di scrivere qualcosa su questo disco. Diciamo che ci penso da circa 30anni… Quano io e il mio amico Mino (God bless you) l’abbiamo scoperto, ci siamo rimasti sopra per mesi. Poi la cosa è proseguita negli anni. Poi son riuscito a comprarlo in cd con i francesi di COMPACT DIXIE e ho chiuso il cerchio recente. ELVIN BISHOP (classe 1942) è nato in California, ma è cresciuto in quella terra desolata che è l’Oklahoma. E’ stato chitarra con Paul Butterfield, ha lavorato con Mike Bloomfield, Bo Diddley e BBKing, ha aperto tournée degli Allman brothers. Tra i mille dischi incisi, il capolavoro rimane LIVE: RISING HELL, questo live uscito nel ’77, che documenta il suo tour 76-77, quello partito a cavallo con il successo americano di Fooled around and fell in love, la sua unica hit. E’ un cd di 15 canzoni (ovviamente l’album è un doppio). Band pazzesca, da autentica rhyhtm’n’blues revue, con un cantante fenomenale come Mickey Thomas (poi con i Jefferson starship: è lui la voce di Jane), un ottimo chitarrista come Johnny “v” Vernazza, sezione ritmica e fiati da sballo e due supercorista (Debbie Cathey e Reni Slais). 
Il programma di Rising hell è fenomenale. Elvin ha alcuni classici e un senso del ritmo poderosi, come dimostrano Rock my soul, Travelin shoes e Yes sir, dimostrazioni di come si può fare funky-rock sudista a livelli di contagio incredibili: canzoni da cantare, da ballare in confezione deluxe e senza scadere nel radiofonico di bassa lega. Il finale è da capogiro: il medley di soul-rock Let the good times roll, A change is gonna come e Bring it on home è un pezzo antologico. L’andamento del pezzo (veloce, lentissimo, veloce con enfasi) è da urlo, con la voce di Mickey che fa autentici numeri d’alta classe.  
Insomma: Elvin qui era un numero uno. Lo è rimasto, ma ogni tanto si è perso. Ha anche avuto guai terribili (moglie e figlia assassinate…), ma è riuscito a rialzarsi. In ogni caso: ascoltatelo, perché è uno dei dischi indimenticabili del Southern.

ELVIN BISHOP
LIVE: RISING HELL
CAPRICORN

My opinion:  5 DIXIE FLAGS!!

CIAO FRATELLI. Buon anno a tutti (e a Sergio, che per primo ha inviato gli auguri!). Archiviato il 2009, vengo a farvi i più sinceri auguri di buon 2010. Che vi capitino cose belle: amare ed essere amati, ricordarsi sempre quella fiamma in fondo al cuore che ci fa camminare, correre, crescere, essere vivi; non disperare mai;  cercare il senso di ogni istante; guardare, emozionarsi, vibrare; suonare ed ascoltare, tanto, sempre; perennemente incuriositi cercare l’orizzonte; parlare con i propri figli (per chi ce li ha, remember the last song from the Skynyrd’s).

Il 2010 sudista per me sarebbe un paradiso se portasse: l’Allman Brothers in Europa (oppure che io vada a vedermela negli States); la Marshall Tucker Band in Italia (o vicinanze, sarebbe ora). Altri concerti che vorrei dalle nostre parti nell’anno entrante: Brothers of the Southland, ZZTop, Blackstone Cherry, North Mississippi Allstar, Chris Hicks (ex lead negli ultimi Outlaws con Hughie e nella MTB). Quasi sicuramente verranno in Italy i Black Crowes, grazie al già preventivato tur europeo. Ricordando a tutti che un concerto memorabile di forte ispirazione South è già previsto il 2 febbraio a Milano: Lyle Lovett e John Hiatt!!

E dischi? Spero di ascoltare finalmente il disco degli Outlaws (di cui mi avevano parlato Monte Yoho e Henry Paul: l’estate scorsa han fatto un mini tour negli Usa) e i nuovi prodotti di studio di Widespread Panic e Little Feat (entrambi in studio dall’autunno) senza Shaun Murphy. Chissà se i Blues Traveler decidono di terminare il cd che è in previsione da due anni…. Non mi spiacerebbe ascoltare un nuovo Cd degli itaianissimi WIND e spero di entrare in possesso di Fight on, il nuovo disco di studio dei Point Blank!

Insomma: buon anno, fratelli, and go with the Dixie!  
And remember, ther’s someone above….


Ritardo colpevole, il mio. So che mi perdonerete, soprattutto se sarò riuscito a fare un po’ di sintesi dell’anno. Già: il 2009 che anno è stato per il southern rock? Diciamo subito che i due colossi sono stati all’altezza: Allman brothers protagonista di un marzo di celebrazioni memorabile; Lynyrd Skynyrd tornati in tour (anche in Italia) e con un buonissimo disco sugli scaffali. Nell’insieme non è roba da tutti i giorni.

Chi è riuscito ad andare al Beacon Theatre per Gregg, Warren, Derek and company ha visto una parata impressionante di rockstars: ZZTOP, Jim Hall (Wet Willie), Taj Mahal, Levon Helm (The Band), Sheryl Crow, Johnny Winter, Jimmy Herring, Sonny Landreth, John Popper (Blues Traveler), Chuck Leavell, Paul Riddle (Marshall Tucker), Bob Weir e Phil Lesh (Grateful Dead), Ivan Neville, Robert Randholp, Bozz Scaggs, Trey Anastasio (Phish). E’ mancato in scena solo Dickey Betts (purtroppo): ora è in circolazione il Beacon Box, cofanetto dei 15 Cd tripli dei concerti e giuro che prima o poi me lo prendo (non subito perché viene più di 550€….).

Rossington e soci, invece, hanno firmato God and guns: è un buon disco, davvero, con alcuni pezzi superbi, come Simple life, Gifted hands, Still unbroken e la title track. Ogni tanto c’è qualche violino di troppo e si sente che il timone della band è in mano a Medlocke e al giovane Van Zandt, con tutti i pregi e difetti del caso. Ad ogni modo la loro qualità complessiva è più alta della media del rock contemporaneo. E il loro concerto milanese valeva veramente la pena.

Tolti i mostri sacri, che dire del resto del southern 2009? I North Mississippi Allstar han fatto uscire un doppio live STUPEFACENTE, Do it like we used to doRecensione cd), i Black Crowes hanno fatto un disco interessante (non mi ha esaltato, però si ascolta bene), i Gov’t mule si confermano come una jam band epocale (li ho persi per malattia, ma leggete i post di chi ci è stato: serata da infarto). Sono usciti un bel po di dischetti di outsiders, come Blackberry smoke e Rebel pride, tutti ottimi per chi ama soprattutto la visione hard in the Molly Hatchet direction. Si è ripresentato ottimamente con la sua band Derek Trucks (Already live) come pure Hank Williams jr dopo parecchi anni (127 Rose Avenue); continuano ad uscire gli archivi dei Widespread panic (è stata la volta di Hunstville 1996) e si confermano importanti i The bridge (ottimo Blind man’s hill).

Ma se devo dire quale è stato il disco che mi ha steso e che considero il migliore dell’anno (l’avevo anticipato, credo….) la scelta va su Brothers of the Southland, superband con dentro Dan Toler (lead guitar, amico di Dickey Betts e a lungo con l’ABB), Jimmy Hall (voce, armonica e autore di molti pezzi), Henry Paul (voce e chitarra con gli Outlaws; è lui che mi aveva palato per primo di questo progetto), Jay Boy Adams (chitarre, collaboratore di mezzo mondo country e rock), Mike Brignardello (basso), Steve Grisham (chitarrista con gli Outlaws e con Charlie Danieli), Steve Gorman (batterista dei Black Crowes), Bo Bice (voce). Dodici canzoni, tutte (o quasi) perfette. Toler e Gorman sono eccezionali, le due macchine perfette del suono della band, ma le canzoni sono tutte di alto livello: perfetta Rock and roll survivor (scritta da George McCorckle, indimenticabile chitarra della Marshall Tucker Band che doveva partecipare al progetto, se non fosse deceduto improvvisamente), stupenda Long goodbye (di Hall) e Dixie Highway (di Henry Paul). La titletrack (che è un pezzo di Henry Paul inserito in Spirit dancer, disco del 1998 dei suoi Blackhawk), funziona ed è un tributo a tutti i southern cocker della storia passata presente e futura. Il ragazzotto televisivo, Bo Bice, se la cava anche se ogni tanto canta come un tricheco, ma non importa: ci mette fiato e faccia ed ha coraggio.

A coronare il tutto ci sono due cover, una perfetta Can’t you see e una “normale” Dreams e c’è poi la citazione obbligata per il tastierista ospite in gran parte delle canzoni: è Reese Wynans, che ha messo le dita sui tasti negli ultimi dischi di Stevie Ray Vaughan. Gran disco, con grandi chitarre, feeling e ritmo trascinante, un prodotto di southern-soulrock come non se ne sentivano da anni. E’ il mio must del 2009: mandatemi tutte le vostre scelte dell’anno e le pubblicherò in bella vista!!
Con questo vi saluto e vi auguro un 2010 stupendo. Abbracci….

Walter Gatti

HELLO FRATELLI;

Vi devo delle scuse: sono travolto dagli eventi (lavorativi).
Comunque sto bene e lotto insieme a voi. Prometto che nei prossimi giorni torno a scrivere con maggior puntualità.

In goni caso, ecco i dischi che sto ascoltando ininterrottamente in queste settimane:

BROTHERS OF SOUTHLAND (capolavoro dell’anno)
ELVIN BISHOP, RAISING HELL LIVE (enorme, temi belli….)
ERIC QUINCY TATE LIVE (grande, che band che era…..)

E voi?
Abbracci

GOV’TMULE: Acciderb, porcaloca…
Ero a letto con febbre.
Chi c’era mi scrive…?

ASPETTANDO WARREN

Ciao a tutti i southern friends. Ho avuto un periodaccio di lavoro, ma sono vivo e vegeto. E ho tirato fuori una serie di vecchi dischi da ascoltare e da ri-recensire: giuro che lo faccio in the very next days.

Ma ora più di tutto c’è da prepararsi ai Muli in concerto a Milano. E’ la grande serata southern di fine anno. Chi ci viene? Lasciate un post e dite chi sarà presente a sentire Warren Haynes. Per il resto io ci vado e vi faccio un report. Have a nice week

Oggi parliamo del disco perfetto di una grandissima band sudista. Ho scoperto i Widespread Panic tra il ’93 e il ’94. Sono così preciso perché in quel periodo negli States era nata l’esperienza di HORDE, un festival itinerante sullo stile del Lollapalooza, ma decisamente diverso nei suoi ingredienti musicali. HORDE stava per Horizon Of Rock Developing Everywhere e nel cartellone ci figuravano PHISH, SPIN DOCTOR, BLUES TRAVELER, BRUCE HAMPTON AND AQUARIUM RESQUE UNIT, DAVE MATTHEWS BAND e WIDESPREAD PANIC (appunto). Me ne sono occupato per la prima volta scrivendoci un pezzo per Panorama dopo averne seguito le gesta sul Rolling stone e scoprendo così una generazione di band che puntava tutto sull’improvvisazione (è qui che è nato il fenomeno delle jamming band) abbeverandosi alle tradizioni di Grateful Dead e Allman brothers. Più o meno in quelle settimane usciva Ain’t life grand, quarto prodotto dei Widespread panic, sestetto di Athens, Georgia. Un capolavoro.

L’ho ritirato fuori in queste settimane e mi accompagna spesso durante la giornata e devo dire che anche circa quindici anni dopo confermo il giudizio: un capolavoro. La band – che allora vedeva alla  lead guitar Michael Houser, scomparso nel 2002 per un male incurabile – era un perfetto compendio di southern rock nell’accezione allmaniana: ballate acustiche e cavalcate rock per chitarre e pianoforte, pennellate di intimismo e folleggiamenti jam-jazz-rock. Il pezzo che da titolo al disco, Ain’t life grand, è uno dei loro titoli eterni, ma nell’album ci sono anche Blackout blues, Heroes, Junior…. brani di minutaggio medio 5′, che anticipano la voglia di estendersi dal vivo. Già allora era stata una piacevole sorpresa, per un “sudista” italiano che si chiedeva dove fosse finita la migliore ispirazione southern degli anni precedenti.

Ripeto e mi ripeto: anche oggi, ascoltandolo, è un disco strepitoso, affascinante, con grandi pezzi e voglia di affascinare l’ascoltatore. Come dicevo Houser (che in quegli anni il Rolling stone aveva paragonato – esageratamente – a Mike Bloomfield – è scomparso. Il suo posto da due anni è stato preso da un altro gigante, Jimmy Herring. Per il resto la band è la stessa dal 1986 con John Bell alla voce e chitarre, John Hermann (strepitoso) al piano, Todd Nance on drums, Domingo Ortiz alle percussioni e David Schools al basso. Cercate questo disco con tranquillità. Al limite aggiungetevi un paio di live, Light fuse, get away (1998) e Lyve at Myrtle beach (2002). Tutti prodotti con interminabili improvvisazioni. E poi vivete rilassati e contenti.

WIDESPREAD PANIC
AIN’T LIFE GRAND
CAPRICORN 1994

My Opinion:  1/2 Dixie flags (4,5 su 5!!)

Certo che se uno cerca degli argomenti “non politicamente corretti” deve andarli a cercare nel Sud degli States, dove il “southern rock” continua imperterrito a dire la sua. Pochi giorni fa è uscito in tutto il mondo God and guns, ultimo titolo dei Lynyrd Skynyrd (ne parleremo diffusamente ancora). Oggi gli Skynyrd sono forse l’ombra della band che nei decenni scorsi rivaleggiava in fama con i Rolling Stones nelle classifiche americane, ma il loro seguito è fortunatamente monolitico ed entusiasta. 
In questo loro ultimo Cd, che suona egregio anche senza esaltare (gli darò 3 Dixie Flag), c’è però una ballata-rock che mostra ancora una volta come al Sud si viva una vita diversa da quella di New York o Los Angeles ed è Simple life. “Hey, quando è l’ultima volta che ti sei seduto e hai cenato con i tuoi figli, parlando con loro della vita?”. Padri, figli, via quotidiana, nel classico southern style: “Hey, quando è l’ultima volta in cui ti sei fermato e hai aiutato qualcuno? Scommetto che non te lo ricordi”. Il video che sostiene la canzone è il classico frame di americanismo fraterno, con i pompieri che sorridono, i bambini e la gente che si da una mano, risposta sudista alle immagini tutte metropolitane e alienate delle metal-band. Le immagini suggeriscono, spingono sul positivo, ma è il testo che butta lì qualche sferzata non omologata: “Bene, tanta gente sta dicendo ‘stiamo cambiando in meglio’, bene, questo non mi interessa, perché a me piace la vita semplice, la vita come era prima, quando lasciavamo le porte aperte, non avevamo bisogno di chiavi. Ho girato tutto il mondo, ho visto tutto quello che c’è da vedere; ma cambierei tutti quei ricordi per tornare  un solo giorno a come era prima”.
Non è un tema nuovo per la cultura southern. Già i LS degli anni d’oro hanno inciso in uno Simple man il profilo di uomo del Sud, un uomo “che tu possa amare e capire”. Regole chiare, rapporti franchi con le persone, valori certi, Dio sopra tutti e uomini che si guardano da uomini. Oggi è tutto diverso, dicono i nostri, che in un’altra canzone di questo disco, That ain’t my America, cantano: “Questa non è la mia America… Ora che i bambini non posono più pregare a scuola”. Sono trascorsi tre decenni dagli anni d’oro. Forse non hanno fatto molti passi avanti dai tempi in cui cantavano “Sweet Home Alabama/ Where the skies are so blue/Sweet Home Alabama/Lord, I’m coming home to you”. Forse occorrerebbe darsi una mossa, guardare in faccia al presente e rispondere diversamente a ciò che accade, eppure un fondo di umanità si respira nelle loro canzoni. Saranno vecchi e ingrigiti, con i tatuaggi che s’aggrinziscono sulla pelle da sessantenni, eppure c’è del senso semplice della vita, in queste loro canzoni. Demodé, forse, ma con quel briciolo di cuore che non guasta mai.

Carissimi tutti.
L’insieme di post recentemente pubblicati a margine del sondaggio sul miglior Live della musica che amiamo di più, pone una bella domanda. Questione che più o meno suona così: “Si può vivere senza southern rock?” Uno si sveglia alla mattina, dice una preghiera (“and remember there’s Someone, above….”, diceva Ronnie…..), accende l’auto, va al lavoro (racconto una cosetta che ho fatto proprio stamane) e mette nell’autoradio il Cd di Ain’t life grand dei Widespread panic (ne parlo, lo giuro, ne parlo uno di questi giorni). Insomma la giornata parte meglio.
Mi ricordo la prima volta che ho ascoltato Midnight rider, della ABB. Era un pomeriggio ed ero in cantina della mia casa di Lodi. Avevo…. direi 14 anni e quindi credo che la trasmissione fosse Per voi giovani. Sto parlando del 1973, al massimo 1974. Una illuminazione: voci, chitarre, atmosfera. Più intenso e memorabile di quell’istante musicale per me c’è stata solo la prima volta che ho ascoltato Piece of my heart di Janis Joplin. Il resto è venuto tutto dopo, Lynyrd Skynyrd, Marshall, Outlaws (l’ho preso usato da un amico che l’aveva comprato e non gli era piaciuto…..), Little feat, Molly Hatchet. Ricordo ancora quando una sera (sempre a Lodi, ma avevo già cambiato casa) alla radio hanno passato Angel della Atlanta Rhyhtm section, versione live da brividi di un grandissimo pezzo.  

Insomma: sono cresciuto così. Non particolarmente interessato a Beatles e Stones, più appassionato degli Who; tra Deep Purple e Zeppelin preferivo questi ultimi. Adoravo Dylan e Crosby,Stills, Nash & Young, scoprivo Van Morrison e i Cream. Poi ho sempre avuto un feeling molto emozionale con la musica, quindi mi piacevano anche gli Yes, Marley (c’ero a San Siro nell’80, entrato gratis come tanti scavalando i cancelli), Lou Reed (visto all’Arena di Milano nell’80, anno dei campionati europei di calcio). Nel 79 sono andato a Casalmaggiore a vedermi Woodstock in Europe, con Joe Cocker, Alvin Lee, Arlo Guthrie e Country Joe, eccetera…. Ma prima c’era stato il Parco lambro, gli Area, la Premiata Forneria Marconi, Claudio Rocchi. Più tardi Stevie Ray Vaughan è stato un arcobaleno: suo concerto a Lignano Sabbiadoro, 3 ore di eternità!

Insomma: si cresceva così. Alla televisione il rock era assente fino alla fine degli anni ’70. Prima mi ricordo che si guardava la TvSvizzera Italiana, dove facevano vedere dei concerti americani (ho visto – e me lo ricordo ancora – un enorme show live dei Doobie Brothers dei tempi belli, quelli di Long train running in versione vero-rock). Insomma: si cresceva così! Non tutti, certo, ma in tanti. Poi ho avuto la fortuna di scrivere di rock per lavoro. Ho seguito tante cose. Mi sono dedicato al southern in modo “centellinato”. Però mi sono tolto lo sfizio di essere andato – primo italiano – alla Big House a Macon, nella casa-museo dove l’Allman brothers ha vissuto i suoi tre anni d’oro (prima o poi digitalizzo le diapositive e le metto on-line).

Oggi è diverso. Io ho tre figli bellissimi. Si divertono a prendermi in giro per la mia passione sudista. Però un po’ gli piace: Sweet home Alabama e Soulshine, Simple man e Seven turns, Dixie Chicken e  Freebird sono in cima anche alle loro “classifiche”. Per il resto il mondo va dove ognuno di noi lo portiamo. Sono convinto che la dixie music sia un modo molto umano e vero di raccontare le cose, le vite e il mondo. Se qualcuno preferisce il racconto delle cose e il divertimento che portano in giro Rihanna o Marco Carta, prego si accomodi. Noi, intanto, diffondiamo qualcosa di meglio. Di sicuro qualcuno ascolterà…. God bless you all.

Walter-AKA-Southland

Come promesso, ecco il sondaggio sugli album live. Nel post precedente c’è un po’ di spiega. Partecipate numerosi e lasciate commenti. Mi sa che dovrò aggiungere qualcosa, magari aggiungo un post sulla “seconda generazione………”.

Eccoci a un nuovo sondaggio.
Prima di farvi votare vorrei “visualizzare” ciò di cui si tratta, così ognuno ha davanti i Cd da votare. Ho scelto (opinabile) di inserire solo un disco live per band (altrimenti non era più finita…..):

 MARSHALL TUCKER BAND, WHERE WE ALL BELONG
So che per metà contiene registrazioni di studio, ma non importa: quel che qui si ascolta live è eterno. Ramblin on my mind fa resuscitare i morti.

 WET WILLIE, LEFT COAST LIVE
Semplice, efficace, trascinante: il sound on stage del Willie mi è sempre piaciuto. E’ la parte Soul del mondo dixie al suo massimo: Lucy was in trouble e Keep on smilin’ su tutte.

Bring It Back Alive THE OUTLAWS, BRING IT BACK ALIVE
Che disco indimenticabile, che suono, che chitarre, quelle del Florida Guitar Army. Hughie e Billy per sempre, con Green grass and high tide e Freeborn man senza rivali.

One More from the RoadLYNYRD SKYNYRD, ONE MORE FROM THE ROAD
C’è qualcosa da aggiungere ancora su questo album?

Fandango! ZZTOP, FANDANGO
Erano giovani, avevano barbe “ragionevoli”. E suonavano Blue Jeans Blues

The Allman Brothers at Fillmore East ALLMAN BROTHERS BAND, LIVE AT FILLMORE EAST
Qualcuno l’ha sentito……….?

Waiting for Columbus LITTLE FEAT, WAITING FOR COLUMBUS
Registrato quando Lowell George era al top: Willin’ e Dixie Chicken forever…

Double Trouble Live MOLLY HATCHET, DOUBLE TROUBLE LIVE
Danny Joe e compagni al meglio della forma. Boogie no more, Fall of the pacemeaker e Flirtin with disaster da antologia…

 ATLANTA RHYTHM SECTION, ARE YOU READY
Chissenefrega se è la strada più pop al southern rock? In questo disco poderoso ci stanno Angel, So into you e Champagne jam, oltre a tutto il resto. Da goderselo sempre….

Ce ne sono mille altri: GRINDERSWITCH, BLACKFOOT, POINT BLANK, NORTH MISSISSIPPI, BLACK CROWES, COWBOY; vediamo come fare….

Finalmente una buona notizia: Warren Haynes riporta il MULO in Italia! Il luogo è l’Alcatraz e la data è quella del 12 novembre.  In scena ci saranno Warren, Matt, il bassista Jorgen Carlsson e il tasterista Danny Louis, visto che ormai la band è stabilmente un quartetto (sarebbe satto bello vedere Chuck Leavell, comunque fa lo stesso….).

PREORDER Gov't Mule - "By A Thread" CD Il ritorno dei Gov’t Mule fa parte del tour di lancio dell’atteso ritorno discografico, visto che il nuovo By a thread è previsto nei negozi dal 27 ottobre. Inutile dire che ci vediamo lì. visto che a giugno c’eravamo per i Lynyrd, direi che si può chiudere in bellezza l’annata. Inutile dire che attendo in gloria l’attacco pianistico (forse….) di Soulshine e non mi spiacerebbe risentire da loro Almost cut my hair e Lively up yourself. 
Forse però devo ricordare che nei prossimi tempi ci sono altre due cose da non perdere: STEVE EARLE e JOE BONAMASSA…….

 Da qualche estate è uno dei più gettonati dalla famiglia, cioè dai miei figli, oltre che da me. Sto palrando di SKYNYRD FRYNDS, enorme tributo ai ragazzi di Jacksonville  aparte di un bel nucleo di rocckettari. Difficile dire cosa “non funzioni” in un disco (per altro prodotto da Gary Rossington) nel quale Sweet home Alabama è interpretata dagli Alabama, Simple man è nelle mani dei Confederate Railroad e Tuesday’s gone interpretata da Hank Williams Junior. A differenza del cd interpretato dalle jamband, Under the influence, dove troppi sono gli “alti e bassi” (su tutti c’erano i Blues Travaler e Drive by truckers con John Hiatt), qui il livello è sempre altissimo, sia che ci sia di mezzo il rockabilly dei Mavericks (Call me the breeze), che il southern’country di Charlie Daniels (One more time). Mostruoso il finale, con Wynona che interpreta una Freebird da brividi, con le due chitarre di Dan Huff e Stuart Smith che fanno cose da pazzi: se qualcuno vuole sentire ‘sta versione vada qui: http://www.youtube.com/watch?v=n7QKlIQ7nMU . Disco imperdibile.

AA VV
SKYNYRD FRYNDS
MCA 1994

My Opinion:

  Un paio di mesi fa mi hanno inviato dalla Florida qusto bel Cd, ALL POINTS IN BETWEEN, dei REBEL PRIDE.  Band tutt’altro che di sbarbati, in circolazione da una decina d’anni, con due grandi chitarre – Brian Jeffries e Dwayne Shores – una voce che ogni tanto aggiunge chitarra al sound già poderoso – Dave Stevenson – un bassista – Pat Buffo – e un batterista – Sonny Harlan. Il sound è molto Molly Hatchet oriented, come dimostra la notevole My kind of girl. Tanti richiami a Lynyrd e Outlaws, tanto per ricordare che non c’è nulla da inventare di nuovo (Girls wanna dance, Cocaine gun). Le due chitarre sono poderose e veloci e hanno una simpatica differenza: uno suona Fender, l’altro Les Paul e le differenze si sentono, rendendo il tutto piuttosto firzzante e i suoni personali e caratteristici. I pezzi sono per lo più firmati dalla coppia Buffo-Jeffries, gente che la sa lunga sul southern e sui suoi trucchi. Disco da cercare, senza svenarsi, ma che fa bella figura in una discografia dixie.  

REBEL PRIDE
ALL POINTS IN BETWEEN
RPB

My opinion:  1/2

  Ciao gente. Non sono morto: vi ho lasciato i sondaggi e poi ho fatto un po’ di vacanze. Tra l’altro ho presentato il mio libro sulla canzone italiana (guardate qui: http://www.risonanza.net/?p=171): un bel successone. L’estate è andata via tra mare, montagna, Irlanda e tanta musica. Cosa ho sentito? Ecco un po’ di dischi in recensione, con la scusa di quel che ho messo nel lettore Cd.

Ho tirato fuori dopo tanto tempo LOVE SONGS FOR THE HEARING IMPAIRED del georgiano Dan BAIRD, già spina dorsale dei Georgia Satellites. E’ un disco fantsatico, ricchissimo, che procede senza soste. L’inizio è stupendo: The one I am, Julie and Lucky, I love you period e Look at what you started è l’esempio di come si dovrebbe attaccare un disco. Chitarre tirate, tutte le canzoni in “maggiore”, nessuna sosta tra un pezzo e l’altro… Poi si placa fino ad un arrivo prettamente dixie (Lost highway e Dixie Beauxderannt). Grande disco, anche a distanza di anni. Disco da birra, da bevute, da notte chiassosa.

DAN BAIRD
LOVE SONGS FOR THE HEARING IMPAIRED
DEF AMERICAN

My Opinion: 

Dopo i “big” storici, eccoci a votare i chitarristi che sono arrivati “subito dopo”. Chi preferite?

Eccoci ad un nuovo sondaggio: chi è stato il più importante, il più influente, il più emozionante, sulla sei corde? A voi…….

Lynyrd Skynyrd, finalmente. Arrivo al Palatrussardi (si chiamava così) con figlio e Beppe. Nell ‘attesa suona una band (non la sentiamo) e poi un po’ di pezzi diffusi (Highway star…….). Sullo sfondo campeggia LYNYRD SKYNYRD GOD AND GUNS TOUR: è proprio vero che c’è un nuovo album in arrivo. C’è pieno zeppo: 5-6 mila persone. Dietro di me c’è uno che sfoggia la mia stessa t-shirt: quella del concerto dei LS dell’ottobre 1997 ad Aquatica: ci salutiamo come fratelli. Pubblico con tanti capelli grigi e pelate, un po’ di rocckettari e metallari, ma anche tanti ragazzi fuori dalle tribu. Un po’ di americani (li vedi qua e là: il concerto italiano in assoluto con più americani in platea è stato quello di Stevie Ray Vaughan a Lignano, nel 1988; il 90% del pubblico veniva dalla base AFI di Aviano).

A un certo punto, tutti in scena, verso le 21.30: tribudio e bandiere confederate ovunque. La scaletta è quasi quella che avevo annunciato: WORKIN FOR MCA,
I AIN’T THE ONE, SATURDAY NIGHT SPECIAL, GIVE ME BACK MY BULLET (unica concessione alle cose più recenti),WHAT’S YOUR NAME. E’ il solito menù, nulla di nuovo: un sound poderoso e unico, canzoni che la gente canta a memoria, quarantanni di rock e di orgoglio, chitarre in duetto, Gary con Gibson (per Freebird ovviamente una Sg), Ricky prima con la Fendere di Allen Collins, poi con una Les Paul. Mark, invece, sempre con una Stratocaster (tranne che per Freebird, dove sfoggia qualcosa che non conosco…).

Accoppiata strepitosa quella che vede in successione THAT SMELL  e SIMPLE MAN . Su quest’ultima Johnny Van Zandt lancia la prima dedica a Billy Powell: tutta la canzone viene cantata per lui e Peter “Keys” suona con un indice puntato al cielo. Il momento in cui il coro si alza più forte e commovente è tutto per “remember there’s someone, above!”. Gary ha spazi chitarristici enormi, molto più lunghi che nel passato, anche ogni tanto pare “astrarsi” dalla scena (durante Freebird a un certo punto fa passi indietro e si ferma proprio, senza suonare per qualche misura….). Gli altri sono in forma smagliante, soprattutto Mike Cartellone (strepitoso alla batteria), con Ricky Medlocke che non esagera e Mark che è sicuramente il più “aizzante”: chiama il pubblico, lo incita a cantare. Dopo WHISKEY ROCK’A’ROLLER parte il medley che vede in fila DOWN SOUTH JUKIN, NEEDLE AND THE SPOON, DOUBLE TROUBLE, TUESDAY’S GONE. E’ su quest’ultima che vibrano le coronarie: un millisecondo più lenta delle altre versioni, tiratissima e commovente, rimane uno dei pezzi epocali dei Lynyrd.

Finito il medley si entra nelle “ultime quattro”: prima GIMME THREE STEPS e CALL ME THE BREEZE, poi (anticipata da una breve intro chitarristica di Medlocke e Mark Matejka, quest’ultimo – mi ripeto – una bella sorpresa) SWEET HOME ALABAMA: che c’e dire ancora di uno dei pezzi per cui vale la pena sia esistito il rock’n’roll? Pausa, la band esce e rientra per l’ultimo brano (quale mai sarà?). Phatos alle stelle in attesa di una delle più grandi canzoni di sempre, una di quelle che… “se non la vedi dal vivo non sai cos’è il rock”. L’attacco di FREEBIRD e la prima strofa sono un po’ lenti, impacciati (secondo me – lo ripeto – Gary era un po’…. affaticato), ma per fortuna Peter fa il suo lavoro alle tastiere (Billy era Billy, questo è un pluridiplomato, con capello lunghissimo, un po’ di panza e cappello da cantante dei Ministry, ma se la cava e viene applaudito da Johnny molto più del nuovo compare bassista Robert). Al momento di “i want to fly, fly oh freebird” tutto passa in secondo ordine:  Ricky prende il centro del palco e lo tiene fino alla fine, Mark scorrazza qua e la con il capello lunghissimo, Gary getta il bottleneck al pubbico, Johny lancia a un roadie il microfono con sopra legata una bandiera sudista, le coriste scompaiono, Mike pesta sulle pelli come un ossesso. Siamo sui dieci minuti, finale lunghissimo, tutti in centro con le chitarre elevate al cielo e Young Van Zant che incita la folla. Fine, tutti a casa.

E’ durato poco più di novanta minuti. Non ci sono altri bis (come sempre). Non sono in scaletta i pezzi del nuovo disco atteso per settembre, ma non importa. I nuovi della band: Peter promosso, Robert Kearns ben ambientato, ma senza grandi creatività (nemmeno nell’abbigliamento, che era uno dei marchi di fabrica di Leon….). Ricky è vecchissimo, ma se ne sbatte e sfoggia dei jeans con fuoco e fiamme rossi disegnati. Ce ne andiamo via biecamente contenti: chissenefrega se questa è una band di reduci! Sono i Lynyrd Skynyrd, signori. Giù il cappello, ora e per sempre!

Accendete i motori e state attenti ai cuori deboli e infranti: è la sera dei Lynyrd Skynyrd a Milano. Sarò presente con figlio a seguito e amico (eilà Beppe……..).

Ma soprattutto, ecco la SETLIST ipotetica: è infatti quella che Gary Rossington & company hanno sciorinato a Glasgow e in Germania:

WORKIN FOR MCA
I AIN’T THE ONE
SATURDAY NIGHT SPECIAL
WHAT’S YOUR NAME
SIMPLE MAN
THAT’S SMELL
WHISKEY ROCK-A-ROLLER
MEDLEY: DOWN SOUTH JUKIN, NEEDLE AND THE SPOON, DOUBLE TROUBLE, TUESDAY’S GONE
GIMME THREE STEPS
CALL ME THE BREEZE
SWEET HOME ALABAMA
FREEBIRD

Ci vediamo stasera

Le notizie iniziano a circolare: il nuovo album degli Skynyrds avrà per titolo GOD AND GUNS. Uscirà il prossimo 29 settembre. Il primo singolo del disco sarà Still unbroken. L’album complessivamente vedrà tredici canzoni sulla playlist. Alla consolle il produttore Bob Marlette, che ha nel suo palmares (tra gli altri) Tracy Chapman, Alice Cooper e Black Sabbath.

ronnie.jpg Ronnie Van Zant image by cchlumskyWhy so many great southern musicians passed? From Duane Allman to Ean Evans, from Toy Caldwell to Billy Powell, from Ronnie Van Zandt to Lowell George: is the fate that play with dixie people or whatever? Leave here your opinion….. and God bless you

Perché mail il destino si accanisce con i grandi musicisti southern? Ne sono scomparsi a bizzeffe, un numero enorme. Secondo te è un caso o qualcosa si accanisce contro chi fa dixie music? Lascia il tuo messaggio. God bless you…..

Forse non l’avevo mai detto qui, ma ho scritto un libro. Un libro rock. Anzi: un libro sulle canzoni rock: HELP! IL GRIDO DEL ROCK. La manfrina complessiva su questo lavorone la trovate qui: http://www.risonanza.net/?p=122. Il libro è una carrellata di canzoni raccontate e commentate, un approfondimento sul “cosa hanno mai voluto dire sulla vita, sulla morte, sull’amore, sul mistero”.  Il racconto di 133 canzoni è fatto da me e da altri pazzoidi (Stefano Rizza, Paolo Vites, Riro Maniscalco). Bene: il prossimo 19 maggio presenterò HELP! a Varese, all’interno della manifestazione AMOR DI LIBRO (dai un occhio anche qui: http://www.varesenews.it/varesecultura/areastampa/DEF%20Libretto%20Amor%20di%20Libro.pdf). Inutile dire che nel libro ci sono anche alcuni capolavori sudisti. Inutile dire che ne parlerò anche in quella serata (in cui ci sarà pure un signor chitarrista: Walter Muto). Se qualcuno dei lettori del blog ha tempo o voglia di venire (magari perché ci abita vicino) venga pure a salutarmi: ci facciam volentieri due chiacchere. Abbracci a tutti.

On the 6th of may Ean Evans of the Lynyrd Skynyrd passed. Another brother in the grace of God. A pray for him and for his family… Here in Italy we will remember Ean the next 3 June at the Lynyrd Skynyrd’s concert….

 Che dire? Che dire ancora? Che dire “di più”? Si è spento Donald “Ean” Evans. Era nato ad Atlanta 48 anni fa. Era entrato nei Lynyrd Skynyrd passando dagli Outlaws di Hughie Thomasson. La notizia è stata data da sua moglie Eva e dai due figli. Ean va a raggiungere Ronnie, Steve, Cassie, Allen, Leon e Billy (anche Hughie, ma lui lo considero in eterno l’uomo Outlaws, insieme a Billy Jones). Nessun commento, solo una preghiera.

 E’ finita l’attesa. Ieri sera i Lynyrd Skynyrd hanno suonato al Beau Rivage Casino di Biloxi – davanti al Golfo, è quello nella foto – e finalmente si sono disvelati i misteri che riguardavano i nuovi innesti nella band, vale a dire i nomi del nuovo pianista e del bassista protempore (ricordo che Ean Evans è in cura per una malattia oncologica). I nomi sono quelli di Peter “keys” Pisarczyk alle tastiere e di Robert Kearns al basso. PETER è un pianista con una forte educazione classica alle spalle e con un paio di decenni di musica funk (George Clinton, Issac Hayes) e attualmente in sella con i 420 Funk Mob.

 ROBERT è un polistrumentista attualmente con i Bottle Rockets di SaintLouis (quelli di Zoysia). Due sorprese. L’altro giorno avevo detto che speravo in una scelta non prevedibile: è arrivata.  Peter non ha mai avuto a che fare con il suouthern. Robert viene dal mondo dell’alternative country. Entrambi potrebbero portare non solo “suono”, ma anche “idee”, visto gli ambito di provenienza. Li aspettiamo a Milano.

Tra 2 giorni parte il tour estivo dei Lynyrd Skynyrd, prima tappa Biloxi. Poi, dopo un paio di settimane, arrivo in Europa e tappa milanese. La domanda di tutti noi sfegatati è: chi si siederà al pianoforte che è stato da sempre di sua immensità BILLY POWELL? Dagli Usa rimbalzano due “rumors” molto interessanti. Il primo – bomba – è che ci sarebbero dialoghi in corso con colui che a mio parere è il più grande pianista dixie di sempre: BILL PAYNE, cioè una delle due anime dei Little Feat.

  Seconda ipotesi, molto interessante pure questa, è quella di JIMMIE BONES (nella foto), cioè  del pianista di Kid Rock. Prima di storcere il naso c’è da riflettere: Skynyrds e Kid saranno in tour insieme durante l’estate americana e quindi la scelta sarebbe di opportunità. Inoltre Bones è un signor pianista rock-blues, con alle spalle collaborazioni con personaggi enormi come RL BURNSIDE, THORNETTA DAVIS e HANK WILLIAMS JR.

Io non faccio il tifo per nessuno, anche se la soluzione di un nome totalmente nuovo (possibilmente uno che viene dal nulla) mi sarebbe piaciuta parecchio. Stiamo a vedere: il 1 maggio si scioglierà il mistero. Abbracci a todos

North Miss. Allstars - Do It Like We Used To Do LIVE 2 CD/1 DVD package150 minuti di musica da ascoltare, più un’altra ora e mezza di musica (e interviste eccetera) da vedere: questo è il “documento” di dodici anni di vita e stage dei NMA. Inutile dire che è un prodotto che non si può perdere. Lo dico arrivando per ultimo: lo ascolto da un paio di mesi, non l’ho detto prima perché ero indaffarato eccetera. Parlo solo dei 2 cd in cui ci sono ventisette pezzi (27, 2 decin e 7 unità) e che occupano l’inieme dell’attività del trio, dagli esordi a Hernando (e infatti c’è una strepitosa versione di I’d Love to be a Hippy). Chitarre, ritmi, jamming, atmosfere sudiste, slides e tutto quello che può confermare che i NMA sono una delle realtà più succulente tra quelle emerse nel South. Non ci si confonda con il live del Bonnaroo Fest (da cui per altro c’è il medley Po Black Maddie-Skinny Woman): in questa retropettiva antologica live dei fratelli Dickinson e di mister Chew c’è un po’ di tutto, tra cui alcuni monumentali momenti medley-jam (JR-Stay all night-Lord Have Mercy-Stay, Horseshoe), i classici (una Goin’ down South molto acida, con un funambolico Luther, Be so glad), le citazioni (Hear my train a’comin’, Got my mojo workin). C’è pure un prezioso cameo acustico, Goin’ Home ML. Voto altissimo per gente che è cresciuta a dismisura, che suona in modo impeccabile, con un chitarrista di difficile confronto….

North Mississippi Allstar
DO IT LIKE WE USED TO DO
(Songs of the South)

My Opinion:  1/2

 Era il 23 marzo del 1969. Sono passati 40 anni. A Jacksonville, in Florida, un gruppo di giovani musicisti di varia provenienza si danno appuntamento nel garage di Berry Oakley, un bassista di ventunanni che già suona in una rock’n’roll band, i Second coming. È una domenica pomeriggio. Ci sono due batteristi, il bianco Butch Trucks (classe 1947) e il nero Jay “Jaimoe” Johannson (1944). C’è il bassista Berry e c’è il più promettente giovane chitarrista degli States, il ventitreenne Duane Allman e con lui anche Dickey Betts (classe 1943), chitarrista votato al country e al jazz. C’è pure – ma di passaggio, per un paio di pezzi – un tastierista, Reese Wynans, che poi farà fortuna suonando con Stevie Ray Vaughan, ma questa è un’altra storia. Per la prima volta una band prova a suonare con due batteristi. È una jam tra amici, ma le improvvisazioni si succedono: Hey Joe, Backdoor man, Hoochie Coochie man. Suonano per oltre tre ore senza mai fermarsi. Alla fine gli strumenti tacciono. I presenti sanno che non è una “prova qualsiasi”, ma la nascita di una band. Duane dirà: «Eravamo tutti senza parole. Sapevamo che era accaduto qualcosa di magico. Nessuno di noi aveva mai suonato o sentito suonare in quel modo prima di allora».

Duane va verso il portone del garage bloccandolo. «Okay – disse – se qualcuno qui dentro pensa di non suonare nella mia band, dovrà battersi con me per andarsene». Nessuno si muove. La mattina di lunedì 24 marzo Duane prende il telefono. Suo fratello minore Gregg vive e lavora in California, a Los Angeles. Duane racconta al fratellino della jam nel garage di Berry e delle emozioni di tutti. Gregg lascia perdere la California e prende un volo per Atlanta. Arriva a Jacksonville il 25 marzo. Entrando nella casa di Berry Oakley sente la nascente band suonare Trouble no more di Muddy Waters. Duane gli aveva già preparato un organo Hammond. Iniziano a suonare. Non si sono più fermati…

La Allman Brothers Band, una delle più longeve rock band della storia, nasce così il 26 marzo del 1969. Tre giorni dopo, al Jacksonville Beach Coliseum, suonano il loro primo concerto. Due settimane più tardi vengono messi sono contratto da uno dei più importanti manager d‘America, Phil Walden e in aprile lasciano la Florida per stabilire il loro quartier generale a Macon, a due passi da Atlanta, Georgia. Qui nella Big House – dove sono stato nel 1995, probabilmente “come primo italiano” della storia, casa-museo con dischi d’oro e di platino sulle pareti – nasce la leggenda del southern rock, il genere musicale che più è riuscito a miscelare gli infiniti stili e le misteriose suggestioni della musica americana, contaminando il rock con il folk, il jazz, il blues, il country e schiacciando sull’acceleratore della massima improvvisazione.

La band incide due dischi impedibili, “The Allman Brothers Band” e “Idlewild South“, suona circa 250 concerti in due anni, diventa uno dei fenomeni esplosivi del rock nordamericano pubblicando quello che viene considerato forse il più bel disco live della storia, “Live at Fillmore East“, indimenticabile, eterno, con Stateboro blues, Whipping post e con gli oltre diciannove minuti di You don’t love me, capostipite di utte le jamming session della storia.

Poi iniziano i guai: Duane Allman muore nell’ottobre 1971 per un incidente di moto, seguito l’anno dopo da Berry Oakley, in un altro incidente motociclistico. Tragedia. Ma la band non si ferma, prosegue, tra alti e bassi, tra problemi di droga e litigi, infila dischi mediocri a capolavori assoluti (“Brothers and Sisters“, “Seven Turns“), e si costruisce una fama di jam band seminale, fulcro e capostipite di decine di nuove band americane.

Quarant’anni dopo, tra mille cambi di formazione, la band è ancora guidata da Gregg Allman, voce indimenticabile e tocco prezioso sulle tastiere; con lui c’è ancora la coppia originale di batteristi, mentre alle chitarre si esibiscono Warren Haynes e il “ragazzino prodigio” Derek Trucks, nipote di Butch. In questi giorni, come accade da quasi vent’anni, la Allman brothers band sta suonando al Beacon Theatre di New York. È lì che festeggia il suo compleanno. La sera del 19 marzo, in concerto, sono stati raggiunti da Eric Clapton e insieme hanno suonato Layla, la canzone che aveva inciso con Duane Allman tra il 26 e il 27 agosto del 1970, quando il “mitico” Clapton aveva raggiunto il Sud degli States per suonare con quel ragazzino di 24 anni che sarebbe diventato una delle più amate personalità del rock. La Allman Brothers Band è ancora lì che suona, anche se lui, brother Duane, non c’è più da tanto. Era e rimane (per me) la più grande band di tutti i tempi.

Con il fastidioso ritardo di chi sembra negligente, arrivo dopo mesi a parlarvi del cd Live from Texas dei colossi texani ZZTOP. Che dire: è un disco da avere. O meglio: fatta eccezione per Fandango è così raro avere loro registrazioni live che è d’obbligo metter questo podotto nello scaffale. Dopodiché se dicessi che è un disco che mi entusiasmato direi una fregnaccia. Partiamo dalle cose obbligate. O meglio “dalla cosa obbligata” che per significa Blue jean blues. Qualsiasi disco che contenga una versione di questo pezzo è per me da possedere, un po’ come Freebird o Blue Sky o Cant’ you see o Sweet home (approposito: se stai leggendo partecipa al sondaggio sulla canzone dixie per eccellenza e dai il tuo voto……). Il blues più lento e psicointerpretato della storia, fa qui bello sfoggio, essenziale e senza troppi approfondimenti. Altri classici all’arco degli ZZTop sono Tush, La grange, Jesus just left Chicago (grandissima versione, forse il pezzo migliore) e Sharp dressed man, e tutti ci stanno bene in questo live registrato tutto dalle parti di casa.
Però…. io non mi entusiasmo. Sarà……
Billy Gibbons, Frank Beard e Dusty Hill non si risparmiano, anche perché stanno per ricordare i 40 anni di attività (pure loro hanno esordito nel 1969, dopo che Billy Gibbons aveva aperto una manciata di show texani di Jimi Hendrix), ma c’è sempre qualcosa che non mi fa scattare la passione. Questione di ormoni. Questione di pelle. In ogni caso sempre meglio ‘sti vecchi barboni di tanti altri sfigati. Da ricordare che Billy Gibbons continua ad essere chiamato “reverendo” e continua (quando può) a celebrare matrimoni tra Dallas e Austin. Amen.

ZZTOP
LIVE FROM TEXAS
(EAGLE RECORD)
My opinion:   1/2

Ormai c’è l’ufficializzazione “discografica”: Loud & Proud/Roadrunner Records hanno confermato che Gary Rossington e soci sono in studio di registrazione a Nashville. E’ il primo disco dal 2003, anno di Vicious cycle. All’oggi non si conosce il nome di chi prenderà il posto di Billy Powell, ma sei delle tracce presenti nel nuovo cd sono state registrate con Billy al pianoforte. In compenso sono già certe le date del Rock and rebel tour che vedrà ancora gli Skynyrd on the road con il buzzurrone Kid Rock: esordio il 26 giugno a Palm Beach e volata fino al 2 agosto a New York. Altre date da fine agosto. Per chi volesse un po’ più di storia c’è il comunicato ufficiale: http://www.roadrunnerrecords.com/news/LYNYRD-SKYNYRD-SIGNS-TO-ROADRUNNERS-LOUD–PROUD-19916.aspx. Intanto attendiamoli in Italia……

27 FEBBRAIO…..

Ero indeciso. Non che ci abbia pensato poi su così tanto, ma ero indeciso ugualmente. Il 27 febbraio compio 50 anni. Sono nato nel 59, quindi facendo due conti, questo è il dato. Ho cominiato ad ascoltare musica a casa. Ai miei genitori piaceva la musica del loro tempo, Claudio Villa e Modugno. Mio papà che è stato tanto con gli americani durante e dopo la guerra, aveva anche un po’ di passione per lo swing, per qualcosa che sapeva di big band. Alla tivù davano Canzonissima e Studio Uno e c’era pure Gorni Kramer con la sua orchestra. Da qualche parte mi ricordo in sottofondo Fred Buscaglione, mentre quando andavo con mia madre all’ultimo piano del mio palazzo, in Viale Pavia a Lodi, c’era una sciùra che metteva sempre su i dischi di Claudio Villa, soprattutto Granada.
A un certo punto – imprecisato – mia sorella ha iniziato ad andare a lezione di pianoforte. Era brava. Ai saggi l’applaudivano tutti. Per me ascoltarla era un po’ bello e un po’ una noia. Faceva sempre esercizi. Ne faceva molti, ogni giorno. Io mi stancavo perché volevo guardare la tivù e se lei suonava non potevo. Più avanti, quando diventavo più grande, verso le medie, mia sorella ascoltava Beatles e Lucio Battisti. Siccome piacevano a lei a me, per contrasto, non piacevano. Attorno alla terza media un amico di mia sorella le prestò dei dischi: Procol Harum dal vivo (con dentro una fantastica Conquistador), qualcosa dei Beatles e Live Cream nr 1. Io mi innamorai del disco che a lei non piaceva: i Cream, Eric Clapton. E’ stato il mio primo incontro “cosciente” con il rock. Poi sono venute le superiori e lì è successo il casino. Avevo i capelli lunghissimi. Avevo l’eskimo, ma siccome tutti lo compravano verde, io me l’ero comprato marrone scuro. Ero l’unico così. Eravamo autenticamente proletari: compravamo i jeans rifle allo spaccio militare di Lodi: costavano pochissimo. Non mi andava mai di essere come tutti. Con un po’ di amici facciamo gruppo ascoltando solo e unicamente musica americana, in testa Dylan e Crosby, Stills, Nash & Young, poi l’avanzare di Led Zeppelin e Yes (ero diventato un fans di Steve Howe). Andavamo sulle rive dell’Adda in mezzo ai boschi, ragazzi e ragazze. Facevamo il bagno.
Il mio primo “evento rock” è stato un viaggio a Milano a vedere al cinema Picures at an exhibition di Emerson Lake and Palmer (solo molto più tardi ho sentito la versione “classica”). Poi la scoperta della Premiata forneria marconi e di Storia di un minuto. Una sera, durante il primo anno di superiori, la folgorazione: alla radio sento Piece of my heart e mi innamoro perdutamente di Janis Joplin: compro il doppio Janis che non mi lascerà mai. Sempre alla radio – erano i tempi di Supersonic e Per voi giovani – sento per la prima volta un nome: Allman brothers band. Stavano suonando Midnight rider, “i got one more, silver dollar….” e anche questo è un amore che non passerà mai. Più tardi sono arrivati gli altri, Colusseum, Eagles, Bob Marley, Grateful Dead. Mi appassiono alla musica anarchica di Claudio Rocchi (Volo magico nr.1, Il miele dei pianeti, Essenza), agli spiritualismi dei Popol Vuh, alla voce suprema di Van Morrison, all’eterna jam di Happy trails dei Quicksilver di Johnny Cipollina. Un mio amico indimenticabile, Mino, mi contagia con i Lynyrd Skynyrd, comincio ad amare anche i Pink Floyd, non stravedo per Hendrix, ma perdo la testa per la Marshall Tucker band di Toy Caldwell e mi chiedo perché sono nato in Lombardia invece che nel Sud degli States……
(Il resto della storia leggila qui: www.risonanza.net)
Se per caso a qualcuno interessassero i dischi che non potrei mai dimenticare, eccone alcuni:

Allman Brothers Band, Fillmore east
Allman Brothers Band, Seven Turns
Lynyrd Skynyrd, Two for the show
Lynyrd Skynyrd, Southern by the grace of God
Outlaws, Bringing all them alive
Molly Hatchet, Double Trouble Live
Allgood, Live
Traffic, John Barleycorn must die
Clapton, Just one night
Cream, Wheels of fire
Dylan & The Band, Before the flood
Dylan, Desire
Annie Lennox, Diva
Waterboys, Fisherman’s blues
Led Zeppelin, 1, 2, 3
Deep Purple, Made in Japan
Dylan, The freewheelin
Crosby, Stills, Nash & Young, 4 Way Streets
Marshall Tucker Band, Where we all belong
Stevie Ray Vaughan, Live Alive
Pink Floyd, Whish you were here
Colusseum, Live
Daniel Lanois, For the beauty of Wynona
The Highwaymen, The road goes on forever
ZZTOP, Fandango
Jefferson airplane, Volunteers
Jackson Browne, Running on empty
Eagles, Live
John Hiatt, Bring the family
Van Morrison, It’s too late to stop us now
David Crosby, It’s all coming back to me now
David Crosby, If I could only remember my name
Janis Joplin, Cheap thrills
Janis Joplin, Janis
Lyle Lovett, Joshua Judge Ruth
Quicksilver messenger service, Happy trails
Grateful Dead, Reckoning
The band, Music from big pink

Little Feat, Waiting for Columbus
Little Feat, Live from Neon Park
Paul Barrere & Fred Tuckett, Live from North Café

In questi tempi di “lavoro matto e disperatissimo” (boh….) ci sono una montagna di dischi da sentire e da provare a recensire. Sono indietro del Live in Texas degli ZZTOP (non male, ma nulla di fantasmagorico) come pure di Almost free del mio pupillo Derek Trucks (grande) e anche dell’ultimo lavoro di Dan Toler (da sentire!!). Ma il mio lettore cd periodicamente si apre per accogliere l’ultimo (in ordine di tempo) disco del colonnello Bruce Hampton. Who the hell is this guy? 61 anni, georgiano di Atlanta, al secolo Gustav Berglund III, artista folle e un po’ “zappiano”, è un sudista sui generis. Collabora negli anni con una montagna di persone, tra cui Jimmy Herring e gli Aquarium rescue unit (Mirror of embarassment è un signor disco). Un anno fa ha dato alle stampe Give Thanks To Chank con la Quark alliance (le sue band hanno sempre un certo tipo di folle denominazione). Il disco è da ascoltare e riascoltare. Due le anime: il colonnello, molto southern-blues, e Jeff Caldwell (niente a che vedere con Toy), chitarrista eccelso, emerso dai college musicali californiani (e già uscito dalla band, sostituito nell’estate scorsa da Perry Osborne). Disco da ascoltare, dicevo, per le due anime. I pezzi di Bruce spingono sul lato bluesy della vita, sporcando le melodie di gutturalità divertita (Give thanks to Chank, Them Dickinson boys e Susan T, dedicata a Susan tedeschi, dopo che lei aveva dedicato al colonnello un suo brano), mentre quelli di Jeff alimentano il lato soul della vicenda, raggiungendo in un paio di occasioni una identificazione stupefacente con certe cose di Stevie Wonder (I’m not listening, All semplicity, It’s not over). C’è ritmo e feeling nella visione naive di Hampton, c’è  scrittura pulita, grandi chitarre e tecnicismi nell’opera di Caldwell. Il disco si conclude con gli oltre 12 minuti di jam di Lanerville (live in studio) e con una Therenody dedicata alle vittime di Katrina: rumore, rumore, rumore. In memoria della grande distruzione. Non è southern rock allo stato puro, ma il sentimento dixie che ha Bruce Hampton ce l’hanno pochi in giro….  

Col. Bruce Hampton & the quark alliance
Give Thanks to Chank
MRI

My opinion:

Bella notizia? Brutta notizia? Io francamente sospendo il giudizio. Il promoter italiano ha confermato la data milanese del tour dei Lynyrd Skynyrd. Ovvio che da un certo punto di vista ne sono contento: ci porto anche qualche figlio, che non ne può più delle mie parole e vuole vedere “i fatti”, alias ascoltare dal vivo Sweet home, Freebird, Simple man eccetera. Da un altro punto di vista non so quanto ci sia di “saggio” in tutto ciò. Gary – ovviamente – non può smontare la macchina in corsa, senza contare che ormai anche Rickey e joung Van Zandt pesano parecchio nelle decisioni. In ogni caso se è confermato che gli Skynyrds arriveranno a suonare anche a Milano, sul palco vedremo un membro fondatore, uno dei primi musicisti della band (ricordare gli inizi di Rickey Medlocke) e stop. Dubbi su chi prenderà il posto di Billy (RIP) e di Ean (in malattia). Nostalgia in abbondanza per tutti quelli che non ci sono più (Ronnie, Allen, Steve, Leon, Billy….: a loro aggiungiamo pure Hughie che era la terza chitarra nel precedente concerto milanese). Preghiere per tutti….

 

Per la terza volta i Lynyrd Skynyrd, quelli di Sweet Home Alabama, arrivano in Italia. La prima volta è stato nel 1997, la seconda nel recente 2009. Lo fanno anche in questa instabile estate del 2012 con il prevedibile tutto esaurito di bikers e bandiere sudiste, di giovani hardrocker e di attempati amanti del sound degli anni Settanta. Questa band della Florida, dal nome impossibile (che altro non è che la storpiatura goliardica del nome di un giovane professore di ginnastica alla scuola secondaria, tal Leonard Skinner) è per qualcuno legata all’iconografia sudista delle dixie flags, per qualcun altro la band che ha scritto Freebird, celeberrima e torrenziale rock-ballad sulla necessità di libertà (“ma io sono libero come un uccello ed ho bisogno di andarmene….”), inserita in qualche decina di film più o meno celebri, Forrest Gump su tutti.

Chi ha fatto salti mortali per godersi uno dei concerti di Springsteen l’ha fatto a ragion veduta: il ragazzo del New Jersey porta in scena l’energia del rock. Anche chi andrà ad ascoltare la band di Jacksonville sa già cosa li attende, ma lo fa più per venerazione emotivo-carnale che altro, visto che gli Skynyrds conservano della formazione originale il solo Gary Rossington, chitarrista ed autore di molti successi, quasi relegato in disparte sia dalle sue precarie condizioni fisiche che dalla nuova “leadership”, formata da Johnny Van Zant e Ricky Medlocke, il primo fratello dello scomparso band leader Ronnie, il secondo chitarrista poderoso che aveva già frequentato la band agli inizi prima di mettersi in proprio con i Blackfoot.

La realtà è che i Lynyrd Skynyrd di oggi sono quasi totalmente diversi da quelli di 30 e anche solo di 5 anni fa, ma è già un miracolo che esistano. Negli anni questi musicisti di Jacksonville sono passati attraverso mille tragedie, come fossero stati colpiti da una maledizione omerica: prima un assurdo incidente d’aereo ha visto il decesso di mezza band (era il ’77 e il volo privato su cui erano imbarcati riuscì a terminare il carburante, con conseguente sfracellamento al suolo con la korte di Ronnie VanZandt, Steve Gaines e Carrie Gaines), poi incidenti di automobile, droghe e overdose, vita on-the road, reclusioni in prigione e mali incurabili hanno sterminato due chitarristi (Allen Collins e Hughie Thomasson), due bassisti (Leon Wilkeson ed Ean Evans ), un pianista (Billy Powell) e un paio di coriste.

Una serie infinita di lutti, in effetti. Credo che nessun genere musicale abbia lasciato sulla strada una tal infinita serie di lapidi come il southern rock, genere capace di mettere insieme country e soul, blues e jazz, orgoglio del proprio territorio e romanticismo ostinato. Lutti che hanno falcidiato tutti i migliori gruppi dell’area: Allman Brothers, Marshall Tucker, Grinderswitch, Blackfoot, Pointblack, Little Feat, Outlaws, Molly Hatchet. Nove band: in tutto 24 morti. Un ecatombe. E non si tratta quasi mai di gente da bassifondo metropolitano, di ragazzi “sbandati”, ma di band nate quasi sempre tra giovani di buona famiglia, in gran parte studenti di college cattolici della Georgia e della Florida, marines del North Carolina, figli di insegnanti e di piccoli uomini politici, gente che s’è spenta prima dei trentanni o che che è stramazzata d’infarto a meno di cinquanta dopo aver fatto una vita di oltre trecento concerti all’anno per quattro lustri. Musicisti che hanno finito per trovarsi in case di ricovero per degenerazioni cerebrali o che hanno scelto di suicidarsi, ben prima di Kurt Cobain, perché incapaci di resistere alla pressione o di dedicarsi tranquillamente alla famiglia. Una storia, quella del southern rock, maledetta e senza fine, con giovani che hanno scritto e cantato “cerca di essere un uomo semplice, così tutti potranno capirti” (Simple Man) e non hanno capito in tempo dove stavano spingendo l’acceleratore della loro fame di musica e di protagonismo. Erano belli e pieni d’energia, divertenti e ricchi di entusiasmo, avevano il valore della propria terra e delle amicizie autentiche. Ripeto: nessuno ha lasciato così tanto sul campo di battaglia. Il punk, il rock’n’roll, l’acid rock, la west coast, il metal: nessuno ha pagato così tanto.

Negli stati del Sud si dice: è il prezzo di chi ha provato a rimanere fedele al mito dei South-Rebel senza inquadrarsi nello yankee-way of life. Può darsi. Chi è sopravvissuto bene – come la Allman Brothers Band degli ultimi anni – lo ha fatto tirando il freno, cercando un equilibrio rilassato tra i propri demoni e le proprie speranze, anche se nessuna canzone recente identifica questo mondo come Old Before My Time (“cercando di trovare una ragione per far suonare bene tutta la vita, ti fa invecchiare prima del tempo”), constatazione di una ferita che non smette di sanguinare. Ferita che cerca pace, ferita che cerca un orizzonte e un arcobaleno in mezzo all’ipocrisia di un mondo che cambia e dimentica radici e dignità.

I Lynyrd Skynyrd che arrivano in Italia sono una signora band con un elenco di classici rock da far paura, con alcuni buoni giovani comprimari che servono alla bisogna: portare sul palco un suono unico, lo stesso che negli anni Settanta aveva conquistato Who e Rolling Stones. Rossington, Van Zant e soci sono rimasti fedeli al loro passato continuando anche recentemente a produrre bei dischi (l’ultimo God And Guns è davvero bello) e preparandosi ad un ritorno discografico nel prossimo autunno con Last of a Dying Breed. Sentirli ancora una volta in Italia sa del miracoloso. Impossibile sapere esattamente quanto potrà durare ancora la loro vita on stage, quindi chi può se li goda. Negli Stati Uniti e in mezza Europa sono una leggenda vivente. In Italia sono roba da rockettari incalliti e tremendamente datati. Il mondo dei giovani e degli ascoltatori “colti” non li conosce o al massimo li considera – come a New York – dei “burini del sud”. Chi sarà a Vigevano ad ascoltarli si godrà il puro divertimento ad alta gradazione della bandiera sudista che sventola su Call me the Breeze, Simple Man e T For Texas. Sempre meglio che sbracciarsi per Madonna, i Modà o i Kasabian.